Patologie

Trombosi: cos’è, tipologia, sintomi, cause, complicanze, cura e prevenzione

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La trombosi è provocata dalla formazione di un coagulo in una vena o in una arteria, che ostacola il passaggio del sangue e di conseguenza dell’ossigeno necessario alle cellule. Non è una malattia di per sé, ma una causa che determina una serie di malattie che prendono nome dall’organo colpito e che vengono classificate come cardio e cerebrovascolari.

Dunque, si distingue la trombosi venosa e la trombosi arteriosa. Un terzo gruppo è costituito dalla trombosi sistemica. La trombosi venosa può essere superficiale o profonda. Una delle conseguenze più gravi della trombosi venosa è l’embolia polmonare. Anche la trombosi arteriosa, a seconda dell’organo che colpisce, causa delle patologie specifiche. Si parla di trombosi venosa o arteriosa cerebrale, addominale, retinica. Una delle conseguenze più gravi della trombosi arteriosa è l‘ictus.

Ma, a provocare la trombosi sono una serie di fattori di rischio, sia di natura genetica sia derivanti da condizioni o cause esterne particolari.

Comunque, se sospettata e diagnosticata per tempo e se il medico interviene tempestivamente con i farmaci che oggi la medicina mette a disposizione, la trombosi si può curare efficacemente. Ma, soprattutto, si possono evitare danni permanenti agli organi interessati o, nei casi più gravi, il decesso.

Il 13 ottobre è la giornata mondiale della trombosi: world trombosis day.

Epidemiologia

Le malattie da trombosi sono gravi e più frequenti di quanto si immagini e sono la prima causa di morte in Italia e nel mondo. Inoltre, esse vengono definite nel loro insieme malattie cardio e cerebrovascolari.

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Queste includono:

  • infarto del miocardio
  • ictus cerebrale
  • embolia polmonare
  • trombosi venose e arteriose.

Purtroppo, sono la grande epidemia dei nostri giorni e colpiscono il doppio dei tumori: ogni anno 4 milioni di persone in Europa muoiono per malattie cardio e cerebrovascolari.

Inoltre, colpiscono uomini e donne, anziani e giovani, e persino i bambini.

In particolare, la tromboembolia venosa colpisce in Italia 1 persona su 100 ogni anno ed è la causa più probabile di complicanze e morte nelle donne dopo il parto.

Trombosi: che cos’è

La trombosi è il meccanismo che chiude in parte o totalmente un vaso, arteria o vena.

Quindi, è la conseguenza di un aumento della tendenza del sangue a coagulare. Questo fenomeno può verificarsi in tutte le arterie e le vene del nostro corpo, riducendo l’arrivo di ossigeno e di sostanze nutrienti indispensabili a tutti gli organi.

Può verificarsi nella retina, nel cervello, nel fegato, nell’intestino, ma anche nelle braccia, nelle gambe e nella placenta nelle donne in gravidanza.

È la causa che determina una serie di malattie, che prendono il nome dall’organo colpito.

Solo negli anni ’80, si è cominciato a parlare di trombosi come causa di infarto del miocardio, di ictus cerebrale, di embolia polmonare, identificandola come una causa scatenante comune per malattie diverse che colpiscono organi diversi.

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Infatti, si è scoperto che l’infarto del miocardio è causato da un trombo formatosi in un’arteria coronarica. Mentre, l’ictus cerebrale è causato nella maggior parte dei casi da un frammento di trombo partito dal cuore o dall’arteria carotide e diventato un embolo che causa ictus nel cervello.

La gravità della conseguenza della trombosi dipende da quanto è importante l’organo colpito, da quanto è esteso il trombo, da quanto rapidamente si forma e si scioglie.

Anatomia: cos’è un trombo

Il trombo è un coagulo di sangue che chiude in parte o completamente un’arteria o una vena, e riduce o impedisce del tutto l’arrivo dell’ossigeno e del nutrimento alle cellule. Quindi, la conseguenza è che l’organo che riceveva nutrimento da quel vaso entra in sofferenza.

Dunque, un trombo si forma perché il sangue diventa gelatinoso. Un cambiamento che possiamo facilmente osservare quando abbiamo una ferita, il sangue da liquido diventa gelatinoso e poi forma una crosta. È il meccanismo che ferma l’emorragia, guarisce l’infiammazione e aiuta la costruzione della cicatrice.

Lo stesso si verifica non solo sulla pelle ferita, ma anche all’interno delle arterie e delle vene per fermare un’emorragia, guarire un’infiammazione o un’infezione, aiutare la ricostruzione dei tessuti danneggiati.

Tuttavia, dentro i vasi, il coagulo (trombo) deve formarsi rapidamente e altrettanto rapidamente sciogliersi, altrimenti chiude il vaso e provoca ischemia.

Il trombo: caratteristiche

Il sangue coagula solo quando deve e non “a sproposito”: esiste un meccanismo complesso e delicato che regola l’equilibrio fra la tendenza del sangue a coagulare e la necessità dello stesso di rimanere fluido. Ma, quando questo equilibrio è fragile, per ragioni genetiche o transitorie, si possono formare trombi.

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Inoltre, anche dentro al cuore può formarsi un trombo. Ad esempio, quando le valvole al suo interno sono malate o sostituite con protesi meccaniche o biologiche e il paziente non è protetto a sufficienza dai farmaci anticoagulanti. Oppure quando il cuore fibrilla, cioè il cuore si muove in modo scomposto e non riesce a svuotarsi come dovrebbe, il sangue rallenta la sua corsa e coagula.

Può avvenire in cuori dilatati, malati di cardiopatia dilatativa o di scompenso cardiaco.

Come si forma un trombo

Le vene e le arterie sono come tubi elastici rivestiti all’interno da endotelio, che si possono paragonare a una “piastrellatura” con piastrelle aderenti le une alle altre.

Ma, quando una ferita, un‘infiammazione o un virus interrompe questa piastrellatura, intervengono immediatamente le piastrine. Le piastrine sono cellule che aggregano, accumulandosi le une sulle altre per bloccare l’emorragia, ovvero la fuoriuscita del sangue dall’interruzione della parete del vaso, e l’infiammazione.

Quando le piastrine si aggregano fra loro cambiano forma, si gonfiano e liberano nel sangue sostanze che richiamano i fattori della coagulazione a costruire il cemento che deve riparare il vaso ferito e stabilizzare il coagulo.

Quindi, questo sistema sofisticato e affascinante si autoregola, perché i fattori anticoagulanti intervengono a regolare i procoagulanti e a bloccare il processo di coagulazione quando ha compiuto il suo lavoro.

Dove si forma

Il trombo che si forma in un’arteria e impedisce l’arrivo del sangue e dell’ossigeno alle cellule, che senza nutrimento muoiono, si chiama infarto.

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Invece, il trombo che si forma in una vena rallenta o impedisce il ritorno del sangue al cuore. Quindi, la parte liquida del sangue esce dal vaso e impregna i tessuti circostanti, provocando edema e gonfiore, e le cellule soffocano per compressione o mancanza di ossigeno.

La trombosi arteriosa è più grave di quella venosa, perché la mancanza di ossigeno fa morire rapidamente le cellule per soffocamento e provoca sofferenza immediata all’organo interessato.

Tuttavia, anche la trombosi venosa è molto pericolosa, perché può liberare frammenti che si chiamano emboli, che arrivano al cuore e dal cuore vengono spinti nel polmone, provocando embolia polmonare, asfissia e morte di una parte del polmone.

Trombo: danni e gravità

I danni che un trombo provoca dipendono da alcune condizioni:

  • tipo di vaso in cui si forma (se è un’arteria o una vena)
  • dimensione del vaso (grande, piccolo o microscopico)
  • importanza delle cellule che rimangono senza ossigeno.

Quindi, il trombo causa conseguenze gravi quando è di grandi dimensioni, oppure piccolo ma si forma in un’arteria fondamentale anche se piccola, come l’arteria della retina, e non si scioglie rapidamente dopo aver compiuto la sua missione.

La gravità dipende anche dal tipo di trombosi, cioè se è completa o parziale, e dalla rapidità con cui il trombo si scioglie. Infine, anche dal fatto che si frammenti lasciando partire emboli che provocano ischemia ed embolia in un organo lontano dal vaso nel quale il trombo si era formato.

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Perché si forma un trombo: cause

In conclusione, devono essere presenti almeno tre condizioni affinché si formi un trombo:

  • circolazione del sangue che rallenta;
  • fattori procoagulanti in eccesso rispetto ai fattori anticoagulanti naturali;
  • alterazione della parete del vaso, arteria o vena, che fa sì che il sangue circolando venga a contatto con sostanze con le quali normalmente non entra in contatto, così si accende e coagula.

Tipi di trombosi: classificazione

Si distinguono tre classi principali di trombosi: venosa, arteriosa e sistemica.

Invece, le varie tipologie di trombosi vengono classificate in base alla formazione del trombo, alle sue dimensioni e alla parte del corpo che colpisce.

Quindi, le conseguenze della trombosi prendono nomi diversi in funzione dell’organo che la trombosi colpisce e del fatto che si formino in una vena o in un’arteria.

1 – Trombosi venosa

Ci si trova di fronte a una trombosi venosa quando il trombo si è prodotto all’interno di una vena. L’effetto del trombo è simile a un restringimento o un’otturazione che si forma nel vaso sanguigno e impedisce il flusso del sangue. Nel caso di una vena, si tratta del flusso del sangue che ritorna verso il cuore.

Nelle vene, il sangue circola con una pressione minore rispetto a quella con cui circola nelle arterie. Tuttavia, le pareti delle vene non sono elastiche e forti come quelle delle arterie. Il sangue nelle vene deve tornare dalla periferia al cuore, richiamato dal movimento di aspirazione del cuore. Ma, se il sangue trova ostacoli che comprimono la vena, rallenta la sua corsa. Quindi, il sistema della coagulazione si attiva e forma un trombo, che chiude la vena in parte o completamente, impedendo al sangue alle spalle del trombo di tornare al cuore.

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Così, la parte liquida del sangue esce dalla parete delle vene, che sono permeabili, imbeve i tessuti circostanti e genera i sintomi della trombosi venosa, in particolare gonfiore e dolore.

La trombosi venosa può essere profonda o superficiale. La forma superficiale prende il nome di tromboflebite. In entrambi i casi, le parti del corpo dove maggiormente si manifesta sono le gambe e le braccia.

Trombosi venosa profonda

Si forma frequentemente nelle vene di una gamba o di un braccio.

Più spesso si forma nelle vene delle gambe, in meno di 3 casi su 100 si forma nelle vene delle braccia.

Tuttavia, il fatto che la trombosi colpisca un braccio o una gamba, e non un organo vitale, non deve indurre a sottovalutarla. Infatti, parti del trombo, chiamate emboli, possono staccarsi ed essere trasportate dal flusso sanguigno fino al cuore e da lì ai polmoni, provocando un’embolia polmonare.

La prevenzione e la terapia della trombosi venosa profonda si basano sull’uso di farmaci anticoagulanti.

Tromboflebite (o trombosi venosa superficiale)

È la trombosi di una vena superficiale accompagnata da una accentuata infiammazione. Si verifica spesso nelle gambe, ma anche nelle braccia o più raramente sull’addome, sul torace, sul pene.

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Quindi, la vena colpita diventa dura, rossa e dolente. Non deve essere sottovalutata, va segnalata al medico e la diagnosi deve essere confermata con un ecocolordoppler.

Deve essere curata con farmaci anticoagulanti, come avviene per la trombosi venosa profonda.

Sindrome post-flebitica

Qui, si tratta dell’insieme delle conseguenze causate da una trombosi venosa mal curata o non riconosciuta o ripetutasi nel tempo. Si verifica soprattutto nelle gambe.

Infatti, le vene appaiono tortuose e dilatate, diventando vene varicose o varici, nelle quali il sangue tende a ristagnare. Inoltre, sulla cute della gamba compaiono delle macchie rossastre o scure, a volte ulcere anche piuttosto estese e che guariscono con difficoltà e possono infettarsi.

Oltre ad un problema estetico, questa condizione provoca dolore continuo, sensazione di gambe affaticate e gonfie, soprattutto dopo molto tempo passato in piedi.

Embolia polmonare

Questa è la complicanza più grave e temuta della trombosi venosa, soprattutto profonda ma anche superficiale.

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L’embolo è un frammento di trombo che si stacca dal punto in cui si è formato e viaggia nel sangue, fermandosi solo quando incontra un vaso sufficientemente piccolo da essere bloccato. Quindi, poiché le vene portano il sangue dalla periferia al cuore, l’embolo che si stacca dal trombo formatosi in una vena arriva al cuore e da qui nel polmone, provocando l’embolia polmonare.

Purtroppo, rappresenta la terza causa di morte nel mondo e in Italia colpisce una persona su 100.000 ogni anno.

2 – Trombosi arteriosa

I trombi che si formano nelle arterie hanno una componente alta di piastrine, per questo motivo si curano con i farmaci antiaggreganti, che devono trattenere le piastrine dall’eccessiva tendenza ad aggregarsi. Si verifica di solito in arterie malate di aterosclerosi o colpite da malattie infiammatorie come le vasculiti, o da virus, o da malattie autoimmuni.

Infatti, queste malattie hanno in comune un potente stato infiammatorio, causato da fattori diversi. Ad esempio, nel caso dell’aterosclerosi, livelli di colesterolo troppo elevato troppo a lungo nel tempo, in concomitanza con diabete, ipertensione mal controllata, fumo di sigaretta, stupefacenti, concorrono a infiammare le pareti delle arterie e a provocare la reazione del sistema della coagulazione, che interviene per spegnere il fuoco dell’infiammazione e forma trombi con l’obiettivo di spegnere l’incendio.

Quindi, se i trombi sono troppo estesi o non si sciolgono rapidamente dopo aver svolto il loro compito, occupano spazio, chiudono il vaso e i tessuti che da quel vaso ricevevano nutrimento, soffrono e muoiono. Se dal trombo si liberano emboli, si chiudono arterie lontane dal punto in cui il trombo si era formato con sintomi determinati dalla sofferenza dell’organo in cui gli emboli sono arrivati.

Inoltre, la chiusura improvvisa di un’arteria causata da uno stress acuto, uno spavento, un grande dolore può scatenare un infarto con o senza trombosi.

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Infine, anche le trombosi arteriose prendono il nome dell’organo colpito.

3 – Trombosi cerebrali

In questo ambito, si possono verificare trombosi delle vene cerebrali e trombosi delle arterie cerebrali.

Trombosi delle arterie cerebrali

La chiusura di una arteria cerebrale provoca un ictus cerebrale.

Infatti, spesso la trombosi si verifica su placche aterosclerotiche, sulla parete arteriosa infiammata da:

  • colesterolo troppo alto e troppo a lungo;
  • ipertensione riconosciuta tardi o non riconosciuta e non curata;
  • diabete;
  • abitudini pericolose quali il fumo di sigaretta o l’abuso di sostanze stupefacenti.

A volte l’ictus può essere anche il risultato dell’arrivo di un embolo che chiude una arteria cerebrale, partito dal cuore o dalle arterie carotidi. Quindi, l’embolo viaggia nel sangue e ostruisce uno o più rami delle arterie che portano ossigeno e nutrimento al cervello, organo nobile che governa funzioni fondamentali come:

  • linguaggio
  • vista
  • movimento.

Trombosi delle vene cerebrali

La chiusura di una o più vene del cervello da parte di un trombo provoca sintomi subdoli e non sempre immediatamente riconoscibili.

Purtroppo, è frequente nelle donne in terapia ormonale, durante la gravidanza, nel periodo dopo il parto.

Trombosi retinica venosa e arteriosa

Può verificarsi in un’arteria o in una vena. È spesso la conseguenza di un trombo formatosi direttamente nel circolo della retina oppure di un embolo partito da una placca aterosclerotica sulla carotide o da un trombo formatosi nel cuore che fibrilla, spesso senza che il paziente se ne accorga.

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Tuttavia, può causare cecità transitoria o permanente con grave danno sulla qualità della vita del paziente.

Le arterie che nutrono la retina (parte finale del nervo ottico, è l’organo che permette di vedere) sono molto piccole.

Quindi, la trombosi di uno o più rami del circolo arterioso retinico riduce drammaticamente l’arrivo del sangue e quindi dell’ossigeno alle cellule nervose che compongono la retina. Queste cellule soffrono, e se la trombosi è rapida e totale muoiono, e il paziente perde la capacità di vedere.

4 – Trombosi addominali

Anche le trombosi addominali possono essere venose o arteriose.

Si tratta di eventi frequenti nei pazienti che soffrono di malattie importanti quali:

  • epatite
  • malattie virali febbrili che provocano ingrossamento della milza
  • gastroenteriti
  • nefriti.

Possono essere, ma non necessariamente, il primo sintomo di tumori nascosti ancora non diagnosticati. Infine, possono accompagnare un’infiammazione acuta o cronica dell’intestino come la colite o la diverticolite intestinale.

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Le trombosi addominali possono verificarsi nelle vene o nelle arterie dei seguenti organi:

  • milza
  • fegato
  • rene
  • intestino.

Trombosi addominale venosa

In particolare, il circolo venoso portale (fegato) può essere colpito da trombosi, anche senza che il paziente abbia sintomi, ma di solito la trombosi si verifica in presenza di una malattia infiammatoria dell’apparato gastrointestinale o del fegato stesso.

La diagnosi preliminare può essere fatta con una ecotomografia accurata in mani esperte.

La cura consiste nell’uso di farmaci antitrombotici, in particolare anticoagulanti. Ma si devono sempre cercare, per confermarle o escluderle, eventuali malattie degli organi addominali che possano aver favorito la trombosi, e si devono curare affinché non contribuiscano a peggiorare il quadro.

Trombosi addominale arteriosa

La trombosi di una arteria addominale è spesso grave, perché provoca infarto nell’organo colpito: se colpisce una arteria intestinale provoca un infarto intestinale, cioè la necrosi di una parte dell’intestino e dell’omento, la membrana a ventaglio che tiene unito l’intestino.

Inoltre, questo si manifesta con dolore acuto, febbre e diarrea, e spesso si accompagna a peritonite complicata da perforazione intestinale, che richiede intervento chirurgico in urgenza per evitare la setticemia e la morte.

Quindi, se colpisce un altro degli organi addominali darà sintomi relativi alla funzione di quell’organo (fegato, milza, rene, ovaie).

5 – Trombosi sistemiche

Con questo termine ci si riferisce ad un fenomeno molto grave, che i medici definiscono sindrome catastrofica. Tecnicamente, si chiama “sindrome da coagulazione intravascolare disseminata”, nella quale si formano contemporaneamente diversi e numerosi trombi in diverse parti del corpo, in vene o arterie grandi e piccole.

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Infatti, si verifica come complicanza grave di malattie infiammatorie acute con febbre elevata o di malattie tumorali diffuse.

Ad esempio, nel caso delle infezioni virali come COVID-19, i polmoni infettati dal virus si infiammano, gli scambi gassosi normalmente regolati dal respiro sono ridotti perché il polmone è occupato dai liquidi prodotti dall’infiammazione, che causa una grave, diffusa e rapidissima produzione di molecole dell’infiammazione, che infiammano tutto il sistema circolatorio.

A questo punto, il sistema della coagulazione del sangue viene attivato dallo stato infiammatorio e aumenta la tendenza a coagulare, producendo trombi diffusi, che consumano fattori della coagulazione e piastrine, causando paradossalmente trombosi diffuse ed emorragie in tutti gli organi del corpo, che perdono la loro funzione. Quindi, il paziente muore per embolia polmonare, insufficienza cardiaca, insufficienza renale ed epatica.

Si tratta per fortuna di un evento molto raro, che i medici conoscono e temono, per questo definito sindrome catastrofica ed è spesso mortale.

Infine, è sempre da temere in caso di:

  • traumi estesi con danno di molti organi
  • ustioni molto estese
  • setticemia per un’infezione batterica.

Sintomi

Trombosi venosa

Si manifesta con alcuni sintomi che dipendono dal distretto colpito:

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  • gamba o braccio si gonfiano improvvisamente;
  • dolore molto forte simile a un crampo che non passa;
  • la pelle sovrastante la vena colpita diventa rossa e calda;
  • altre vene del braccio o della gamba diventano dilatate e più evidenti del normale, o tortuose.

Ad ogni modo, la trombosi può essere sospettata, confermata o esclusa con un ecodoppler venoso e con un esame del sangue che misura il D-dimero, che equivale alla cenere che si forma durante un incendio. Infatti, in condizioni normali, il D-dimero non dovrebbe essere presente nel sangue, appare solo quando è in corso un sistema di riparazione dei vasi sanguigni.

Quindi, in caso di sospetto, rivolgersi senza perdere tempo al medico, che prescriverà gli accertamenti necessari per confermare il sospetto, precisare la diagnosi e prescrivere la cura adeguata.

Trombosi delle vene cerebrali

Si manifesta spesso con un mal di testa acuto e intenso, che non regredisce con i comuni analgesici, accompagnato dalla sensazione di avere la testa troppo piena, fino alla perdita di coscienza.

È un evento grave, ma può essere curato se diagnosticato in tempo.

Embolia polmonare

Spesso l’embolia polmonare è silente, cioè non dà alcun sintomo.

Quindi, può provocare alcuni sintomi ma si tratta di sintomi non specifici e non esclusivi dell’embolia polmonare, per cui possono essere confusi come segni di un’altra malattia. I sintomi possono essere:

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  • dolore al torace o al dorso
  • mancanza di respiro improvvisa
  • battito cardiaco accelerato o irregolare
  • tosse con tracce di sangue nella saliva o nel catarro.

Trombosi retinica arteriosa

Si manifesta con la perdita improvvisa totale o parziale della capacità di vedere in un occhio, molto raramente in ambedue gli occhi contemporaneamente.

Inoltre, a volte è preceduta da episodi di cecità parziale transitoria che si risolvono spontaneamente in pochi minuti, ma sono un campanello d’allarme che anticipano un evento più importante e più definitivo, non solo nella retina ma anche nelle arterie del cervello.

Trombosi retinica venosa

È un evento molto più frequente di quanto si pensi. Infatti, il trombo si forma in una vena del sistema retinico chiudendone una parte in modo permanente o transitorio.

Inoltre, sono più a rischio le persone che hanno oltre 50 anni, soffrono di malattie cardio o cerebrovascolari o hanno su base genetica un’eccessiva tendenza del sangue a coagulare chiamata trombofilia.

La trombosi di un ramo venoso retinico può provocare un calo improvviso della capacità di vedere una parte del campo visivo. In sostanza, è come se guardando un quadro se ne vedesse solo una parte.

Ma la perdita di visione dipende dalla dimensione del vaso occupato dal trombo. Di solito non provoca dolore.

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Trombosi addominale arteriosa

La trombosi di una arteria addominale è spesso grave, perché provoca infarto nell’organo colpito: se colpisce una arteria intestinale provoca un infarto intestinale, cioè la necrosi di una parte dell’intestino e dell’omento, la membrana a ventaglio che tiene unito l’intestino.

Inoltre, questo si manifesta con dolore acuto, febbre e diarrea, e spesso si accompagna a peritonite complicata da perforazione intestinale, che richiede intervento chirurgico in urgenza per evitare la setticemia e la morte.

Quindi, se colpisce un altro degli organi addominali darà sintomi relativi alla funzione di quell’organo (fegato, milza, rene, ovaie).

In alcuni casi si manifesta diarrea, vomito, paralisi dell’intestino con occlusione intestinale.

Infine, qualche volta la diagnosi di trombosi viene trascurata e scambiata per appendicite o peritonite, in particolare nel caso di trombosi venose intestinali.

Le cause della trombosi

Il complesso sistema che permette al sangue di scorrere fluido in condizioni normali e di cambiare stato fisico, coagulando quando serve, si chiama emostasi.

Quindi, l’equilibrio di questo sistema dipende in parte dalle caratteristiche ereditate dai nostri genitori e in parte da fattori transitori che possono accentuare la tendenza naturale del sangue a coagulare in condizioni particolari. Solo per citarne alcuni, i fattori transitori possono essere:

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  • infezioni
  • gravidanza
  • periodo immediatamente successivo al parto
  • traumi
  • sepsi o setticemia
  • interventi chirurgici
  • terapie ormonali
  • insufficienza renale
  • malattie cardiache
  • tumori.

Infatti, le malattie da trombosi sono malattie di squadra: non basta un assetto genetico predisponente, servono più complici per provocarle. Dunque, più fattori di rischio sono presenti contemporaneamente, più probabili saranno la trombosi e la sua conseguenza più grave, l’embolia.

Fattori di rischio transitori e genetici

I soggetti più a rischio di trombosi sono quelli:

  • in sovrappeso e con addome globoso
  • donne in gravidanza
  • soffrono di malattie infiammatorie o articolari o autoimmuni
  • che hanno un tumore
  • con fratture degli arti inferiori e traumi
  • con precedenti trombosi
  • allettati per malattia febbrile
  • che hanno avuto un trauma, un’ingessatura, un intervento chirurgico recente
  • donne che seguono una terapie ormonali
  • soffrono di scompenso cardiaco o malattie renali.

Inoltre, la mutazione di alcuni fattori della coagulazione può rendere fragile l’equilibrio tra fattori procoagulanti (che fanno coagulare il sangue) e anticoagulanti (che lo trattengono dal coagulare troppo). Le mutazioni più frequenti sono quelle di:

  • Leiden del fattore V
  • G20210A della protrombina.

Queste mutazioni sono presenti in cinque persone su 100 nella popolazione sana.

Tuttavia chi ha queste mutazioni non necessariamente andrà incontro a una trombosi prima o poi, ma deve considerarle un segno della fragilità di un sistema che, se provocato da più fattori di rischio presenti contemporaneamente, resiste meno alla tentazione di coagulare.

Altri fattori transitori

  • elevati livelli di omocisteina nel sangue possono infiammare le pareti delle vene (e delle arterie) e aumentare la probabilità di trombosi
  • aumento del grasso addominale
  • malattie della tiroide
  • colite
  • infezioni recidivanti, in particolare cistiti
  • polmonite
  • meningite
  • malattie infiammatorie acute e croniche
  • malattie febbrili che costringono a letto per lungo tempo
  • alcuni tumori che liberano sostanze procoagulanti o comprimono le vene
  • immobilizzazione per trauma, intervento chirurgico, ingessatura
  • terapie ormonali e squilibri ormonali
  • gravidanza e parto
  • chemioterapia e presenza di cateteri venosi.

Trombosi: predisposizione, genetica e età

La trombosi non è ereditaria ma può essere ereditaria la tendenza del sangue a coagulare troppo in situazioni particolari.

Infatti, chi è portatore di una delle mutazioni conosciute (condizione che viene chiamata trombofilia) non necessariamente avrà una trombosi durante la vita. Però, deve tenere conto di questa fragilità e proteggersi quando esposto a una situazione di rischio o evitare di sovrapporre più fattori di rischio contemporaneamente, correggendo o eliminando quelli modificabili.

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Il rischio di trombosi aumenta con l’età, ma la trombosi colpisce anche i giovani e addirittura i bambini.

Infatti, su 100 persone colpite da trombosi venosa, 3 hanno meno di 40 anni.

In particolare, nei giovani atleti sottoposti ad allenamenti intensivi, specialmente per braccia e spalle, può verificarsi una trombosi venosa del braccio per compressione delle vene da parte dell’aumento rapido della massa muscolare.

La trombosi in gravidanza

Nelle donne in gravidanza la probabilità di trombosi venosa quadruplica dall’inizio della gestazione e progressivamente aumenta fino a moltiplicarsi fino a 25/60 volte nei 60 giorni dopo il parto.

Questo fenomeno dipende da diversi fattori:

  • assetto ormonale della donna incinta che rende le vene più flaccide e meno elastiche;
  • compressione dell’utero sulle due vene iliache che devono riportare il sangue al cuore;
  • cambiamento dell’equilibrio nel sangue fra fattori pro e anticoagulanti naturali;
  • circolazione rallentata nella placenta;
  • aumento del sangue circolante.

Fattori di rischio

Il parto rappresenta il momento di maggiore rischio per l’aumento della pressione endoaddominale e per la compressione del bambino sulla pelvi nella fase del travaglio e della espulsione.

Anche l’aborto deve essere considerato un fattore di rischio per trombosi venose.

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Dunque, in entrambi i casi, il rischio aumenta se la donna:

  • è costretta a lungo a letto, per esempio per minaccia di aborto;
  • aumenta eccessivamente di peso o era già in sovrappeso prima della gravidanza;
  • ha diabete, ipertensione e fuma;
  • utilizza ormoni di supporto per favorire il buon esito della gravidanza;
  • soffre di infezioni recidivanti (cistiti /vaginiti);
  • ha una o più mutazioni per trombofilia;
  • soffre di malattie del cuore;
  • ha avuto precedenti episodi di flebiti o trombosi;
  • soffre di vene varicose;
  • ha uno o più familiari che hanno avuto trombosi o embolia in età inferiore ai 65 anni.

Trombosi e virus: relazione pericolosa

Tutte le malattie infiammatorie aumentano il rischio di malattie da trombosi, venosa e arteriosa. Le malattie virali con febbre elevata e che richiedono allettamento non fanno eccezione. Ugualmente, non fanno eccezione le influenze stagionali, le polmoniti, le infezioni virali di vario tipo.

L’infezione provoca uno stato infiammatorio che chiama all’azione globuli bianchi, molecole dell’infiammazione e piastrine, che interagiscono con i fattori della coagulazione e con l’endotelio che fodera le pareti interne delle vene e delle arterie.

Quindi, questo disordine può facilitare la formazione di trombi nelle arterie e nelle vene e aumentare la probabilità di:

  • infarto cardiaco
  • ictus cerebrale
  • trombosi venose e arteriose
  • embolia polmonare.

Coronavirus e trombosi

“Tutti i virus, e questo non fa eccezione, scatenano una reazione infiammatoria più o meno violenta nell’organo colpito, che si propaga all’intero organismo.

I medici constatano ogni giorno che i pazienti ricoverati per COVID-19 sono colpiti da polmonite con insufficienza respiratoria causata dal virus, accompagnata spesso da complicanze cardiovascolari e in particolare da trombosi venosa ed embolia polmonare”, ha dichiarato la dottoressa Lidia Rota Vender.

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Infatti, numerosi studi sono in corso di pubblicazione su questo argomento. In particolare, il primo è stato uno studio su 183 pazienti con COVID-19 ricoverati a Wuhan, in Cina, che ha mostrato:

  • importanti alterazioni del sistema della coagulazione (emostasi) con un aumento dei fattori procoagulanti;
  • incremento nel numero delle piastrine e della loro attivazione;
  • infiammazione dell’endotelio che fodera l’interno di arterie vene e capillari.

Complicazioni e conseguenze della trombosi

Se la trombosi si verifica in un organo in cui ogni cellula è di vitale importanza, come nel caso di cuore e cervello, le conseguenze sono molto gravi.

Invece, se il fenomeno è contenuto o colpisce organi non vitali, provoca malattie apparentemente meno gravi come la trombosi venosa, ma che possono creare complicanze molto gravi come l’embolia polmonare.

Ictus

È la conseguenza del mancato arrivo di sangue e ossigeno in una zona del cervello, provocata dalla rottura di un’arteria (ictus emorragico) o dalla sua occlusione da parte di un trombo/embolo (ictus ischemico).

Quindi, nel giro di pochi minuti, i neuroni sofferenti per la mancanza di ossigeno muoiono e le parti del corpo che quei neuroni comandavano smettono di funzionare.

Anche se l’ictus può essere riconosciuto e curato, spesso lascia invalidità molto gravi.

Infatti, l’ictus emorragico è spesso causato da aneurismi cerebrali che si rompono e/o da ipertensione non riconosciuta o mal controllata con i farmaci, dall’aterosclerosi e dal diabete che rendono le arterie più fragili.

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Invece, l’ictus ischemico è spesso causato da un frammento di trombo formatosi altrove. In particolare, in un cuore con le valvole malate, dilatato o fibrillante, o nelle arterie carotidi malate di aterosclerosi. Quindi, nel cuore e sulle placche aterosclerotiche si formano trombi, che liberano emboli, che arrivano al cervello chiudendo in tutto o in parte un ramo arterioso e impedendo l’arrivo dell’ossigeno ai neuroni, che soffrono e muoiono e non possono essere sostituiti.

Dunque, riconoscere e curare le malattie che aumentano la probabilità di ictus cerebrale significa ridurre la probabilità di essere colpiti e di riportare gravi invalidità o di perdere la vita.

Infarto

È la conseguenza di una trombosi che chiude in tutto o in parte un ramo delle arterie coronarie, interrompendo o riducendo l’afflusso di sangue al muscolo cardiaco e provocando la morte di una quantità più o meno grande di cellule muscolari del cuore.

La gravità dell’infarto e delle sue conseguenze dipende dall’ampiezza della zona colpita e dalla profondità della lesione.

In genere, le conseguenze sono meno gravi se l’infarto interessa solo una parte limitata del cuore e se viene sospettato e curato tempestivamente.

Invece, se la lesione è molto estesa, la funzione del muscolo cardiaco è compromessa e può portare a decesso.

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Embolia arteriosa periferica e complicazioni

Quando un cuore fibrilla non riesce a svuotarsi completamente dal sangue ad ogni contrazione.

Quindi, il sangue che ristagna nel cuore forma trombi, che possono occupare una parte della camera cardiaca oppure frammentarsi liberando emboli, che raggiungono arterie lontane dal cuore come:

  • cervello, causando un ictus ischemico.
  • arterie delle gambe causando embolia periferica
  • arterie addominali causando infarto intestinale, splenico, renale.

L’aterosclerosi è il complice più pericoloso della trombosi e della embolia periferica.

La gangrena

La gangrena è la conseguenza più grave della embolia arteriosa periferica, che si verifica spesso in pazienti con diabete e aterosclerosi.

Infatti, le cellule muoiono per mancanza di ossigeno, e gravi infezioni si sovrappongono alla lesione e possono portare all’amputazione dell’arto, fino alla morte per setticemia.

Inoltre, le gambe diventano rapidamente molto pallide perché improvvisamente non ricevono più sangue né ossigeno e le cellule muoiono. Quindi, sui tessuti morti si installano microbi che portano a infezione e setticemia. Nei casi irreversibili, bisogna ricorrere all’amputazione.

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Trattamenti antitrombosi

Le malattie da trombosi possono essere curate, ma devono prima essere sospettate e diagnosticate rapidamente.

Infatti, l’organo colpito deve essere curato dallo specialista (cardiologo, neurologo, angiologo). Ma, il sistema della coagulazione deve essere studiato e rimesso in equilibrio da un medico particolarmente competente sulla coagulazione. Infatti, vanno corretti eventuali sbilanciamenti per prevenire future nuove malattie da trombosi nello stesso organo o in un altro.

Farmaci per la trombosi

Generalmente, per curare la trombosi si impiegano i farmaci anticoagulanti, che riducono la capacità del sangue di coagulare e lo rendono quindi più fluido quel tanto che basta perché non si formino nuovi trombi e quelli già formatisi si sciolgano. Allo stesso tempo, non deve essere troppo fluido perché non si verifichino emorragie.

Ma, in casi gravi, quando la trombosi venosa si complica con una embolia, in ospedale vengono somministrati farmaci trombolitici, che devono sciogliere rapidamente i trombi.

Quindi, la scelta del farmaco antitrombotico adatto in ogni singola situazione e a ogni singolo paziente deve essere fatta prendendo in considerazione:

  • organo colpito
  • tipo di trombosi
  • estensione
  • caratteristiche specifiche di ogni singolo paziente.

Inoltre, il paziente deve collaborare con il medico prendendo i farmaci con attenzione e disciplina, per avere dalla cura il massimo vantaggio ed evitare conseguenze spiacevoli, come un’emorragia o una nuova trombosi.

Anticoagulanti

Sono farmaci che rallentano l’azione dei fattori procoagulanti presenti nel sangue, si usano sempre nelle trombosi venose e nell’embolia polmonare, ma possono essere efficaci anche nelle trombosi arteriose.

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Infatti, a dosi adeguate vengono usati non solo per curare la trombosi e l’embolia in atto ma anche per prevenire nuovi eventi in chi ha già avuto una trombosi.

Inoltre, esistono farmaci anticoagulanti di tipo diverso, che agiscono con meccanismi leggermente differenti, alcuni possono essere somministrati per bocca, altri devono essere somministrati con iniezione sottocutanea o endovenosa.

Dicumarolici

Sono una famiglia di farmaci anticoagulanti che si prendono per bocca, molto noti e in uso da oltre 80 anni.

Agiscono bloccando parzialmente l’azione della vitamina K, indispensabile al fegato per produrre le molecole procoagulanti naturali. In questo modo, riducono l’arrivo di vitamina K al fegato che quindi fabbrica minori quantità di procoagulanti e il sangue rimane più fluido.

I pazienti che assumono dicumarolici devono essere sorvegliati con prelievi periodici che misurano il PTINR, un test che indica quanto il sangue del paziente sia veramente fluido. Inoltre, specifici centri di sorveglianza della terapia anticoagulante orale hanno la competenza e l’organizzazione per curare e sorvegliare al meglio questi pazienti, spesso fragili e anziani.

Quindi, in base al risultato del PTINR il medico adatta le dosi di anticoagulante per il singolo paziente.

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Così, la sorveglianza costante permette a pazienti spesso fragili o anziani o con diverse patologie di essere seguiti in modo appropriato, riducendo al minimo la probabilità che si verifichi la conseguenza più grave di una anticoagulazione eccessiva: l’emorragia.

Inoltre, oggi esistono  nuovi farmaci anticoagulanti orali che non richiedono controlli periodici con prelievi di sangue e che possono essere prescritti in pazienti selezionati e a carico del servizio sanitario nazionale.

In questo caso, si usano a dosi fisse. Tuttavia, non disponendo di un test che misuri quanto effettivamente il sangue sia fluidificato dal farmaco, purtroppo non possono essere usati in pazienti molto anziani o fragili, con insufficienza renale o epatica o con precedenti emorragie.

Antiaggreganti

Sono farmaci che bloccano l’attività delle piastrine, impedendo loro di aggregarsi, rendendo il sangue più fluido e impedendo la formazione di trombi nelle arterie.

Dunque, sono utili nella prevenzione della progressione dell’aterosclerosi, di un nuovo infarto in chi ne ha già avuto uno, o di un primo infarto in chi presenta multipli fattori di rischio quali l’età, l’ipertensione, alti livelli di colesterolo, il diabete.

Tuttavia, anticoagulanti e antiaggreganti di solito non vengono utilizzati contemporaneamente nel paziente in quanto, bloccando sia le piastrine che i fattori della coagulazione, si aumenta il rischio di emorragie. Invece, vengono usati solo in pazienti selezionati che non rispondono al singolo farmaco e dovranno essere sorvegliati in modo accurato.

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Trombosi venosa: come si cura

Sia la prevenzione che la terapia prevedono la somministrazione di farmaci per ridurre la tendenza del sangue a coagulare in modo disordinato, e renderlo più fluido affinché non coaguli troppo, ma non troppo fluido affinché non si verifichino emorragie.

Questi farmaci sono:

  • eparine, che si iniettano sotto cute, e in casi particolari endovena
  • farmaci anticoagulanti orali.

Inoltre, la cura deve essere adeguata alle caratteristiche del paziente e prolungata finché il trombo non si sarà completamente sciolto e i vasi colpiti non si saranno completamente ripuliti dai trombi attaccati alle pareti. Infatti, può durare da tre mesi fino a un anno o più.

Invece, nei casi più gravi, nei quali il trombo ha liberato emboli che arrivano al polmone, il cuore combatte per spingere il sangue in un acquedotto di dimensioni ridotte perché in parte occupato da emboli. Quindi si dilata, perdendo efficienza. In questi casi, i medici utilizzano farmaci molto potenti, chiamati trombolitici, che vanno usati solo ed esclusivamente in ambiente ospedaliero e sotto attento controllo.

Infatti, sono farmaci che devono sciogliere rapidamente il trombo/embolo per liberare il sistema idraulico dell’organo colpito e ridargli efficienza, e devono riuscire a farlo senza provocare complicanze gravi come le emorragie.

Se la trombosi venosa non viene sospettata, non viene diagnosticata e non viene curata o è curata in modo insufficiente o inappropriato, il rischio di embolia polmonare diventa molto alto.

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Come prevenire le malattie da trombosi

Le malattie da trombosi colpiscono il doppio dei tumori e sono la prima causa di morte e di grave invalidità nei paesi cosiddetti industrializzati. Ma, potrebbero essere prevenute almeno in un caso su tre.

Per prevenire le malattie da trombosi tutti noi dovremmo conoscere i fattori di rischio che ne aumentano la probabilità, e impegnarci a modificare quelli che dipendono da noi e dalle nostre scelte di stile di vita.

Infatti, la prevenzione delle malattie da trombosi dipende da una squadra composta da:

  • paziente informato e motivato
  • medico esperto
  • farmaci a disposizione.

Dunque, lo stile di vita è un elemento fondamentale nell’aumentare la probabilità quando è fuori controllo, e nel ridurla quando si basa su scelte intelligenti.

È fondamentale nelle persone sane, e a maggior ragione è indispensabile in chi è già stato colpito: ed è responsabilità del paziente.

Invece, responsabilità del medico è scegliere i farmaci più adatti al singolo paziente e alla sua storia, e motivare il paziente a seguire con disciplina la terapia e a correggere i fattori di rischio che aumentano la probabilità di eventi.

Quindi, responsabilità del paziente o di chi lo assiste è seguire disciplinatamente le indicazioni del medico e mettere in atto le misure necessarie per correggere:

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  • sovrappeso e obesità
  • abitudini pericolose come il fumo di sigaretta
  • pigrizia
  • eccesso di stress
  • alimentazione troppo ricca di grassi

E’ inoltre fondamentale curare in modo accurato ipertensione e diabete.

Trombosi venosa: come prevenire e non ricadere

Per evitare la trombosi venosa, il paziente deve essere molto disciplinato e utilizzi i farmaci secondo le istruzioni del medico. Questo, allo scopo di evitare l’embolia polmonare ma anche la sindrome post flebitica, conseguenza di trombosi ripetute e non curate in modo adeguato.

Infatti, questa sindrome rende la vita molto complicata per via delle ulcere che si formano sulle gambe e spesso si infettano e non guariscono: si manifesta soprattutto dopo trombosi venose ripetute nelle vene delle gambe.

Dieta per prevenire le malattie da trombosi

Uno stile di vita sano è fondamentale per ridurre il rischio di molte malattie, trombosi compresa. Ecco quali comportamenti adottare e quali evitare.

Prima di tutto, mangiare in modo sano, che significa:

  • meno grassi saturi;
  • limitare il sale: non più di un cucchiaino da tè al giorno;
  • pesce: almeno tre volte alla settimana;
  • meno carne rossa, più carne bianca;
  • verdura e frutta: cinque porzioni al giorno;
  • limitare cibi fritti e prodotti da forno confezionati.

Limitare l’alcol

Il vino rosso e la birra contengono una sostanza antiossidante chiamata resveratrolo. Questa sostanza sviluppa la sua azione “antiruggine“ sulle pareti delle arterie solo se queste bevande vengono consumate insieme a un pasto e in quantità moderata:

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  • 1/2 bicchieri al giorno per le donne;
  • 2/3 bicchieri al giorno per gli uomini.

Invece, i superalcolici, oltre a non dare questa protezione, sono dannosi per il cervello, aumentano il rischio di emorragia cerebrale e in grandi quantità sono tossici per il fegato.

Parametri preventivi da tenere sotto controllo

Oltre ad avere uno stile di vita sano che riduca il rischio della trombosi e di molte altre malattie, vanno tenuti sotto controllo i seguenti paramentri:

  • tenere sotto controllo glicemia, colesterolo e trigliceridi
  • misurare il giro vita e ridurre il peso se eccessivo
  • misurare periodicamente la pressione arteriosa e prendere con attenzione i farmaci antipertensivi se consigliati dal medico.

Prevenzione e stile di vita

Ecco che cosa si può fare e cosa deve fare un paziente per evitare ricadute:

  • indossare calze elastiche per un tempo prolungato, fino a 2 anni ed oltre. Si indossano la mattina dopo aver tenuto le gambe sollevate appoggiate alla testiera del letto, compiendo alcuni esercizi di rotazione delle caviglie e contrazione dei polpacci: le gambe diventano pallide, segnalando che le vene stanno riportando il sangue al cuore, e vanno portate tutto il giorno, ogni giorno.
  • Mettere sotto i piedi del letto o della rete due supporti da 15 cm, come due mattoni o due vecchi libri, in modo che durante la notte il sangue torni più rapidamente al cuore e non ristagni nelle vene delle gambe.
  • Rispettare un programma di attività fisica possibilmente quotidiana, ognuno in funzione delle proprie possibilità e capacità, come cammino a passo relativamente veloce, bicicletta, nuoto, ballo. Infatti, durante l’attività fisica i muscoli delle gambe si contraggono e aiutano il sangue a tornare rapidamente al cuore.
  • Evitare di esporre le gambe al sole durante le ore più calde o troppo vicine a fonti dirette di calore come stufe o camini.
  • Assumere i farmaci prescritti dal medico nei tempi e nelle dosi indicate, rispettando gli orari.
  • Evitare di stare per troppo tempo in piedi, soprattutto senza calze elastiche. Se non si può evitare, allora contrarre i polpacci, spostare il peso da una gamba all’altra e sollevarsi sulle caviglie.

Molto importante: alcuni farmaci anticoagulanti orali, come i dicumarolici, possono danneggiare il feto nelle fasi iniziali della gravidanza.

Quindi è importante avvertire il medico curante se si intende programmare una gravidanza mentre si prendono dicumarolici.

Alimentazione e farmaci anticoagulanti

Tra i farmaci anticoagulanti, i dicumarolici risentono del consumo di cibi molto ricchi di vitamina K. Ma, l’interferenza con l’effetto benefico del farmaco si manifesta solo per il consumo di almeno 100 grammi di ciascuno dei seguenti alimenti:

  • cavoli, broccoli, cavolfiori, cime di rapa, verza, crauti
  • lattuga
  • avocado
  • fegato di vitello
  • soia e alimenti a base di soia.

Rimedi naturali per prevenire la trombosi

Gli integratori a base di omega-3, che sono estratti di olio di fegato di merluzzo, contengono l’acido eicosapentaenoico, una sostanza che svolge un’azione antiaggregante naturale e blanda sulle piastrine.

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Non sono farmaci, ma integratori che possono aiutare a mantenere la fluidità del sangue nelle situazioni nelle quali non è necessario un vero e proprio farmaco antitrombotico.

Inoltre, contribuiscono a ridurre i livelli di trigliceridi nel sangue, non interferiscono con altri farmaci in uso, e non provocano emorragie.

Associazione per la Lotta alla Trombosi

La Presidente della Onlus ALT, la dottoressa Lidia Rota Vender, così descrive il programma e gli obiettivi dell’Associazione:

“La prevenzione delle malattie da trombosi è possibile e doverosa: sono un’epidemia annunciata, in crescita rapidissima nei prossimi vent’anni.

Nessuno Governo sarà in grado di reggere l’impatto economico che queste malattie avranno sui singoli Stati, in termini di spesa sanitaria, per curare chi è stato colpito e assistere chi ha riportato gravi invalidità.

E nessuna famiglia vorrà subire la perdita di una persona amata sapendo che si sarebbe potuto fare qualcosa per evitarlo.

Salvare 200 mila italiani dalle malattie da trombosi ogni anno è una missione possibile. Ma per avvicinarci o raggiungere questo obiettivo è indispensabile che ognuno di noi si prenda la responsabilità di conoscere le malattie da trombosi per non doverle incontrare un giorno.

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Per questo lavora ALT, per fare in modo che nessuno un giorno possa dire “io non lo sapevo”.

Con la consulenza di Lidia Rota Vender, Specialista in Ematologia e Malattie cardiovascolari da Trombosi e Presidente di ALT – Associazione per la Lotta alla Trombosi e alle malattie cardiovascolari. Onlus www.trombosi.org.

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Carolina Peciola

Carolina Peciola è giornalista, editor, consulente editoriale e lavora nel mondo dell’editoria da trent'anni. Si occupa soprattutto di salute, benessere, alimentazione, cucina, fenomeni sociali. Scrive per riviste in edicola e testate online, cura l’editing di libri, realizza pubblicazioni per ragazzi.

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