Fase 2: tamponi, test e mascherine. I consigli dello pneumologo per difendersi e prevenire il Covid-19

L’Italia è ufficialmente entrata nella fase 2 dell’emergenza Coronavirus. Le misure di contenimento si sono allentate, con la fine del lockdown e la parziale ripresa delle attività economiche, seppur con ancora molte restrizioni. Ma resta molto importante continuare ad adottare una serie di precauzioni, come l’uso delle mascherine e il mantenimento del distanziamento sociale, per difendersi dal contagio e prevenire nuovi picchi di diffusione del Covid-19.

Ne abbiamo parlato con il dottor Luigi Temperilli, specialista in pneumologia ed ematologia, che ci ha spiegato come affrontare al meglio questa fase 2 di un’emergenza che, per quanto più sotto controllo, non è ancora terminata. E’ utile sottoporsi al test sierologico? Che differenza c’è tra questo test e il tampone? Quali sono gli strumenti migliori da utilizzare nella vita quotidiana per proteggersi? Guanti, mascherina e gel igienizzanti sono una barriera efficace per non correre rischi? Sono solo alcune delle domande dei lettori di Melarossa a cui lo pneumologo ha dato risposta.

Guarda il video e scopri i suoi consigli per proteggerti dal Coronavirus nella fase 2.

Coronavirus e anticorpi

Il Coronavirus è un virus estremamente complesso. Arrivano continuamente nuove ricerche e nuove informazioni che cambiano un po’ il nostro punto di vista nei confronti di questa pandemia. Siamo abituati, nel valutare la risposta immune nei confronti di un virus o di un batterio, a osservare prima di tutto lo sviluppo di anticorpi specifici IgM, che insorgono in genere a partire dal 7-8° giorno. Successivamente si sviluppano anticorpi di tipo IgG, che iniziano a comparire verso il 14 ° giorno dal contatto con il virus. Questo è il modo in cui si comportano, per esempio, gli anticorpi della mononucleosi infettiva.

In questo caso, invece, abbiamo un panorama completamente diverso. Per esempio, in un certo numero di pazienti gli anticorpi IgG e IgM insorgono contemporaneamente, in altri le IgM insorgono prima delle IgG, come nella prassi che siamo abituati a osservare, in altri ancora le IgG si sviluppano prima delle IgM.

Ma l’aspetto veramente interessante è che il 100% dei pazienti che hanno avuto un contatto con la malattia diventano positivi per le IgG tra il 17 ° e il 19 ° giorno . Questo vale anche per chi non manifesta sintomi.

Abbiamo osservato un gruppo di 52 pazienti con sospetto contagio, che presentavano alcune manifestazioni cliniche tipiche di questa infezione, come delle opacità polmonari, o alcuni dei sintomi caratteristici. Erano tutti negativi al tampone per il Covid-19, ma 4-5 di questi avevano sviluppato IgG a 20 giorni dalla sintomatologia. Questo vuol dire che alcuni di questi pazienti avevano effettivamente avuto un’infezione da Coronavirus, gli altri invece soffrivano di altre patologie di tipo virale o infettivo. Questo dà un’idea di quanto il quadro di questa malattia sia complesso e del grande significato che il test sierologico può avere.

La risposta immunitaria: come l’organismo reagisce al contagio

Quando il virus entra nel nostro organismo comincia a moltiplicarsi infettando una cellula dopo l’altra. Entro 24-48 ore, se facciamo il tampone, abbiamo un’alta probabilità che risulti positivo. In questa fase iniziale dell’infezione, non c’è alcuna manifestazione clinica. Questo significa che dal giorno 0, cioè il giorno dell’entrata in contatto con il virus, per 3-4 giorni non ci sono sintomi. Le manifestazioni, se ci sono, compaiono in media dal 4° giorno. Il periodo di incubazione del virus, infatti, va da 2 a 7 giorni, in media è di 4 giorni e mezzo. Tra il 2° e il 7° giorno i pazienti possono rimanere asintomatici, sviluppare una malattia lieve, sviluppare una malattia con maggiori manifestazioni o grave, fino anche a richiedere un ricovero in ospedale o in rianimazione.

Nella prima fase, quindi, abbiamo il virus ma non le manifestazioni cliniche, che iniziano a comparire in media entro 4 giorni e mezzo dal contagio. Ma possono anche non manifestarsi, come avviene nel 30% dei pazienti.

Mentre il virus si sviluppa, in questa prima fase, il nostro sistema immunitario entra in contatto con lui. Tutti i virus hanno sulla loro superficie delle sequenze glicoproteiche che vengono riconosciute dalle cellule del nostro sistema immunitario. Queste sentinelle del nostro organismo analizzano il virus e ne esprimono alcuni frammenti sulla loro superficie per presentarli ai globuli bianchi (linfociti B e linfociti T), che così riconoscono che qualcosa non funziona. Intercettano un nemico, ma non sono in grado di combatterlo perché non sono abbastanza numerosi: per questo si staccano dalla cellula che ha presentato il virus, si moltiplicano e maturano verso la produzione di anticorpi IgG e IgM (nel caso dei linfociti B) e verso la produzione di cellule citotossiche (nel caso dei linfociti T).

Tampone o test sierologico: quale esame è più efficace?

Il meccanismo da cui nasce una risposta immune efficace nei confronti del virus è molto complesso. Soprattutto, questa risposta ha bisogno di qualche giorno: gli anticorpi in genere hanno un picco tra il 3° e il 9° giorno, periodo in cui possono essere rilevati. Ma in questo lasso di tempo è possibile che ci siano pazienti in cui gli anticorpi non vengono ancora osservati e che quindi spargono virus: la sieroconversione può cioè dare esiti negativi in pazienti che sono già infettanti, quindi da questo punto di vista non è molto utile.

Il tampone rivela il contagio più precocemente, per questo motivo sarebbe ideale fare il tampone a tutti, ma risulterebbe troppo costoso. Nel mondo pratico, che è quello in cui dobbiamo inevitabilmente calarci, oggi il tampone è riservato a chi ha pochi sintomi o a chi è esposto a una maggiore probabilità di infezione. Il test sierologico può essere utile perché tra il 17° e il 19° giorno tutti i pazienti che hanno avuto l’infezione sviluppano le IgG. Cosa succede a questi pazienti? Se hanno avuto dei sintomi nei primi giorni dopo il contagio, al momento del test potrebbero essere già guariti ma non è detto che non siano ancora dei produttori, quindi degli spargitori, di virus: potrebbero essere infetti anche se non malati. C’è infatti una piccola frazione di pazienti che continua a risultare positiva al tampone anche dopo 2/4 settimane, talvolta anche dopo 6.

Gli strumenti migliori per proteggersi

Il 30-40% dei tamponi sono negativi anche in presenza di un contagio. Da uno studio recente è emerso che di 164 persone, esposte ad un contatto stretto con un paziente malato, 16 sono risultate positive al tampone e poi al test sierologico delle IgM dopo 30 giorni. Delle 140 persone rimanenti, che non presentavano sintomi ed erano negative al tampone, un certo numero, circa 7-8, è risultato positivo al test sierologico. Questo dimostra che esiste uno spettro molto ampio di casi: persone con infezione ma non malate, persone infette e malate, persone che hanno tampone negativo ma possono risultare positive al siero.

Potremmo anche avere persone che hanno fatto il tampone ma non il test sierologico, o viceversa. Chi risulta positivo al test sierologico, ma prima non aveva fatto il tampone, potrebbe aver continuato nel frattempo a condurre la sua vita di sempre, ignaro di essere infetto. Come proteggersi e come evitare di diffondere il contagio, in questo quadro così variegato? L’isolamento domiciliare, in caso di tampone positivo, è necessario. Lo stesso non vale per le persone sierologicamente positive, perché questo test viene usato solo per ragioni epidemiologiche e non per la valutazione della singola persona. In questo caso, sarebbe comunque consigliabile rispettare le misure di distanziamento sociale, utilizzare la mascherina, lavarsi spesso le mani, evitare di toccarsi viso, occhi e bocca, insomma, adottare tutte le precauzioni raccomandate, come se non si sapesse di essere già protetti.

Distanziamento sociale: l’importanza di mantenere la giusta distanza, anche nella fase 2

Il distanziamento sociale resta un obbligo anche ora che il lockdown è finito. Non c’è una distanza che possiamo ritenere universalmente corretta, perché sono tanti i fattori in gioco. Se un piccolo gruppo di persone, tutte senza sintomi e tutte con la mascherina, si riunisce in una stanza grande al chiuso, una distanza di un metro e mezzo l’uno dall’altro è sufficiente. Non lo è se queste persone non indossano la mascherina, perché la possibilità di emettere droplets quando si parla ad alta voce, come di solito accade quando si è in gruppo, aumenta.

Il consiglio, al chiuso, è quello di mantenere una distanza di almeno un metro e mezzo se indossiamo la mascherina, di almeno 2-2,5 metri senza mascherina.

Paradossalmente, nella fase 2, le accortezze devono essere addirittura maggiori, perché le occasioni di contatto sono più numerose. Questo vale anche per nonni e nipoti, che possono tornare ad incontrarsi ma sempre a una distanza di almeno 2 metri o, per distanze più ridotte, indossando la mascherina.

E per chi volesse riunirsi in piccoli gruppi per pranzare o cenare insieme? Indossare la mascherina mentre si mangia è impossibile, quindi può essere consigliabile scegliere un luogo all’aperto, come un giardino o un terrazzo. Importante anche mantenere rigorosamente una distanza di due metri l’uno dall’altro e prestare attenzione a non scambiarsi né toccare le stesse posate.

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Tiziana Landi

Tiziana Landi

Laureata in Scienze della Comunicazione, sono una giornalista specializzata in produzione di contenuti sui media digitali e tradizionali, content e social media marketing. Sono esperta di cucina light e alimentazione sana e all'interno di Melarossa mi occupo soprattutto di pianificazione editoriale e coordinamento redazionale.

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