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Tracina: cosa fare in caso di puntura

Insieme alle meduse, è il principale timore dei bagnanti, soprattutto perché il dolore è intenso e anche piuttosto durevole.

Ma che tipo di pesce è la tracina e perché punge?

Nota anche con il nome di pesce ragno, la tracina appartiene alla famiglia delle Trachinadae, una specie diffusa soprattutto nei mari europei, tra cui il nostro mar Mediterraneo.

Vive nei fondali sabbiosi e/o fangosi, in genere entro i 30 metri di profondità, ma in alcuni casi sono stati segnalati esemplari anche a profondità maggiori.

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Il problema è che è quasi impossibile individuarla dalla superficie dell’acqua, perché si mimetizza perfettamente con il fondale.

Spine dorsali micidiali

La tracina è dotata da 5 a 7 spine dorsali robuste e soprattutto velenose. A riposo sono abbassate, ma si raddrizzano non appena la tracina si sente disturbata o in pericolo, oppure quando va a caccia di prede.

Quindi, quando camminiamo sulla battigia oppure siamo in acqua e posiamo i piedi sul fondo, può accadere che inconsapevolmente sfioriamo la tracina o addirittura vi poggiamo il piede sopra.

La conseguenza è che le spine dorsali si ereggono e iniettano il tanto doloroso veleno.

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Infatti, queste spine sono collegate a un tessuto spugnoso che produce veleno. Di questo veleno si conosce ancora poco.

Quello che è noto è che contiene delle sostanze di natura proteica, tra cui la dracotossina, una molecola instabile sensibile alla temperatura.

Nel veleno però sono presenti anche serotonina e istamina, che contribuiscono alla reazione alla puntura, ma provocano anche altre reazioni particolari nelle persone appena punte, come il senso di panico.

I sintomi

Generalmente la puntura avviene sul piede o sulle mani. Il dolore è acuto e immediato e può durare diverso tempo, propagandosi anche all’intero arto.

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Il punto in cui il veleno è stato inoculato si mostrerà arrossato e gonfio.

A seconda della reazione individuale, possono presentarsi anche altri sintomi come nausea, vomito e febbre.

Come si cura

La prima cosa da fare è rimuovere eventuali aculei rimasti conficcati nella pelle (che possono diventare fonte di infezione) e far fuoriuscire il veleno spremendo delicatamente la parte.

Subito dopo, bisogna appoggiare il piede (o la mano) sulla sabbia calda per lenire il dolore.

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Al contrario di quanto si può pensare, non bisogna utilizzare ghiaccio o acqua fredda, perché peggiorano la situazione, così pure è da evitare l’ammoniaca.

Quindi, il rimedio è il caldo e meglio ancora è immergere il piede o la mano in acqua molto calda (tra i 37 e i 40°, facendo attenzione a non scottarsi).

Infatti, l’alta temperatura inattiva le tossine di natura proteica presenti nel veleno, che appunto sono termolabili.

Questo trattamento, se effettuato subito dopo la puntura, contribuisce notevolmente a ridurre il dolore.

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Se il dolore persiste, se la parte si gonfia in modo eccessivo o si presentano altri sintomi, è bene rivolgersi a un medico, che valuterà se applicare pomate a base di cortisone o antibiotiche sulla zona della puntura.

Da prendere in considerazione anche un’eventuale profilassi antitetanica, in quanto la ferita potrebbe diventare una porta di ingresso per le spore del tetano.

Sono invece sconsigliati alcuni rimedi “fai da te” che, oltre a non alleviare il dolore, possono aumentarlo, peggiorare la ferita oppure provocare infezioni.

Tra questi rimedi: urinare sulla ferita, versarvi dell’aceto o addirittura spegnere una sigaretta sopra la parte lesa.

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Al contrario, dopo la puntura è bene rimanere a riposo, all’ombra e bere per mantenersi idratati.

Fonte: ISSalute

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Carolina Peciola

Carolina Peciola

Carolina Peciola è giornalista, editor, consulente editoriale e lavora nel mondo dell’editoria da trent'anni. Si occupa soprattutto di salute, benessere, alimentazione, cucina, fenomeni sociali. Scrive per riviste in edicola e testate online, cura l’editing di libri, realizza pubblicazioni per ragazzi.

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