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Quando il cibo è sfogo della sofferenza

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i disordini alimentari quando il cibo è sfogo di sofferenza

Anoressia, Bulimia e Disturbo da Alimentazione Incontrollata (DAI) rappresentano forme diverse di una patologia molto complessa chiamata Disturbo del Comportamento Alimentare (DCA). Queste malattie si manifestano in modo molto vario, dal rifiuto del cibo che può sfociare in un vero e proprio digiuno (anoressia) alle abbuffate compulsive che caratterizzano  la bulimia e il DAI.

Ciò che le accomuna è un pensiero costante e distorto sul cibo e il bisogno di esercitare un controllo sul proprio corpo, sintomi di un disagio profondo che la persona non riesce più a tollerare: l'attenzione ossessiva per la propria alimentazione diventa così un mezzo per affrontare e sopportare il peso di emozioni che, altrimenti, non riuscirebbe a gestire.

Ne abbiamo parlato con Laura Dalla Ragione, psichiatra e psicoterapeuta, responsabile del Centro disturbi del comportamento alimentare della Asl 2 dell'Umbria.

Come ci si ammala di disturbi alimentari?

I Disturbi Alimentari sono malattie a etiologia multifattoriale, ovvero a cui non si può attribuire solo una causa ma una serie di cause e fattori che insieme concorrono al loro sviluppo. Tali fattori, presi separatamente, non porterebbero alla malattia.

Sono stati individuati alcuni elementi legati alla vulnerabilità biologica e psicologica del soggetto verso il disturbo alimentare (fattori predisponenti), altri che concorrono alla manifestazione del disturbo vero e proprio (fattori scatenanti – come un trauma o un forte cambiamento) e altri ancora che mantengono il paziente dentro al circolo vizioso della malattia (fattori perpetuanti – come ad esempio una situazione familiare molto problematica).

I fattori predisponenti possono essere sia di carattere individuale, come ad esempio la tendenza al perfezionismo o un passato di obesità in età infantile, sia di carattere socio-culturale.

Molti attribuiscono alla società moderna e alla sua esaltazione della magrezza la responsabilità della diffusione dei disturbi dell'alimentazione:  quanto c'è di vero in questa affermazione?
Su quest’ultimo punto vi è un ampio dibattito in quanto molti puntano il dito verso la cultura odierna e l’esaltazione della magrezza come causa della diffusione dei disturbi alimentari. È importante capire invece che, soprattutto in questo caso, non si può parlare di causa, anche se senz’altro la cultura svolge un determinato ruolo nella formazione del disturbo.

Una cultura come quella occidentale che esalta la magrezza e pone molta attenzione alla forma fisica e all’apparenza non è infatti causa della malattia, quanto del suo sintomo più conosciuto, ovvero la ricerca esasperata dell’adeguamento della propria forma fisica all’ideale di bellezza e magrezza imposto dalla cultura. Si parla quindi di patoplasticità: la cultura non è causa del disturbo ma dà forma ai suoi sintomi.

Le caratteristiche del disturbo alimentare sono peculiari del nostro tempo e della nostra cultura (quella occidentale): controllo del cibo e del corpo si possono manifestare solo in un contesto di abbondanza e infinita disponibilità di alimenti accompagnate da una forte pressione sulle forme corporee. Diversi studi dimostrano infatti che i disturbi alimentari si diffondono di pari passo alla diffusione dello stile di vita occidentale.

Che rapporto ha con il cibo una persona che soffre di disturbi alimentari?

Le persone affette da DCA vivono il cibo in maniera completamente diversa dalle persone che non ne soffrono. Per loro, il cibo assume moltissimi significati, diversi da paziente a paziente. Innanzitutto non è più vissuto come ciò che permette di avere l’energia per affrontare la giornata in quanto ogni caloria assunta è vissuta come fonte di ingrassamento e quindi come nemica del proprio corpo.

Solitamente il paziente conosce a memoria le calorie contenute negli alimenti, tiene il conto sia delle calorie assunte (destinate a diminuire sempre di più), che di quelle consumate con l’attività fisica o altri metodi. Nella Bulimia e nel Disturbo da Alimentazione Incontrollata invece il cibo diviene un modo per gestire le emozioni, sia positive che negative, attraverso le abbuffate.

Tale meccanismo è uno dei più difficili da scardinare, in quanto il paziente perde in questo modo anche la capacità di distinguere e accettare le proprie emozioni.
In poche parole, il rapporto che le persone affette da DCA hanno con il cibo appare solo in funzione del controllo del corpo e quindi al dimagrimento, in realtà attraverso il cibo esse gestiscono o sfogano il loro mondo interiore. Proprio per questo tutte le loro energie sono volte a tale tentativo di controllo del cibo: senza, crollerebbero.

Cosa sono l'ortoressia e la bigoressia?

L’ortoressia è, letteralmente, la malattia per il cibo “sano”, ovvero un soggetto affetto da ortoressia non incentra il suo pensiero sulla quantità di cibo ingerito ma sulla qualità. Di conseguenza eviterà tutti quei cibi da lui ritenuti contaminati o che comunque possano nuocere alla sua salute.

La malattia si innesca quando questo comportamento diviene ossessivo, ovvero occupa tutti i pensieri e la maggior parte delle energie della persona. La persona ortoressica inoltre disprezza le scelte alimentari delle altre persone, percependo come comportamento alimentare retto e compatibile con la sua vita solo il suo: un pensiero che  lo porta, nella maggior parte dei casi, ad un forte ritiro sociale.

Con il termine bigoressia si intende la tendenza ossessiva ad avere un fisico perfetto, la ricerca continua di un corpo tonico, atletico, muscoloso. Le persone affette da bigoressia trascorrono moltissimo tempo in palestra o centri benessere eliminando qualsiasi altro tipo di interesse.

Altre caratteristiche di chi soffre di tale patologia sono la tendenza a consumare cibi ipocalorici e/o abusare di integratori alimentari iperproteici, l'eccessiva focalizzazione su corpo, muscoli e peso corporeo, l'insoddisfazione continua nonostante i risultati.

Proprio per questi ultime caratteristiche la bigoressia è chiamata anche Reverse Anorexia, perchè la dispercezione corporea bigoressica è quasi il contrario di quella presente nell’Anoressia Nervosa: il paziente si vede sempre troppo magro e flaccido anche se in realtà è molto muscoloso.

Sappiamo che lei ha delle strutture che si occupano di DCA: chi si rivolge ai suoi centri?

La tipologia delle persone che si rivolgono ai centri da me gestiti è la più variegata, e questo testimonia come ormai i Disturbi Alimentari possono colpire chiunque. Sicuramente il target più frequente è rappresentato da ragazze tra i 12 e 25 anni, anche se stanno purtroppo aumentando i casi di bambine di 8-10 anni che presentano un disturbo alimentare sovrapponibile a quello degli adulti.

Arrivano anche molti adulti, che il più delle volte soffrono di DCA da moltissimo tempo (dai 10 ai 20 anni di malattia) oppure presentano un esordio tardivo, come nei casi di Disturbo da Alimentazione Incontrollata.
Aumentano sempre di più anche i casi di disturbi alimentare nei : nel DAI la percentuale di maschi colpiti è quasi sovrapponibile alle donne e i più giovani, di entrambi i sessi,  stanno iniziando a risentire della forte pressione verso la forma fisica.

Ultimamente capita molto spesso di visitare pazienti che, oltre a un disturbo alimentare, presentano altre patologie psichiatriche (come depressione o disturbi di personalità) e che necessitano quindi di un trattamento per doppia diagnosi, oppure pazienti che fanno uso di sostanze, come droga o alcool. In quest’ultimo caso si parla di multicompulsione, in quanto il paziente vive intrappolato nella compulsione e nella dipendenza verso più sostanze contemporaneamente, tra le quali il cibo.

Quale è l'iter di un paziente?

Il primo fondamentale passo che deve compiere un paziente è quello della ricerca della motivazione: il disturbo alimentare è uno dei pochi dal quale il paziente non vorrebbe mai staccarsi, poiché in questi casi la persona si identifica con la malattia.
La cura deve essere quindi volontaria: se il paziente non è motivato ogni tipo di intervento, anche il più specializzato, è vano. Il processo di cura è molto articolato e deve essere specifico e di tipo integrato (deve essere curata cioè sia la sfera psicologica che quella nutrizionale).

Solitamente il punto di accesso alle cure è a livello ambulatoriale: se le condizioni fisiche sono molto gravi il paziente deve essere ricoverato in ospedale, mentre se sono buone ma il paziente necessita di un trattamento più intensivo e fuori dal contesto familiare, dovrebbe accedere a un tipo di trattamento riabilitativo in regime residenziale. Vi è inoltre una via di mezzo tra l’ambulatorio e il ricovero residenziale rappresentato dal trattamento in day-hospital. Spesso, dopo un periodo di trattamento intensivo, il paziente termina il percorso di cura tornando in ambulatorio.

La scelta del livello di cura e del tipo di percorso deve essere stabilita da un’equipe terapeutica (composta almeno da uno psichiatra, uno psicologo e un dietista/nutrizionista) che esegue la prima visita diagnostica e accompagna il paziente per tutto il lungo percorso terapeutico. Più anni di malattia caratterizzano il disturbo, più tortuoso sarà il percorso di cura e lungo il tempo per la guarigione.

Come si può fare per avere informazioni sulle strutture specializzate nella cura dei disturbi alimentari?
Da un anno è attivo un servizio nazionale gratuito totalmente dedicato alle persone affette da DCA e alle persone a loro vicine: il Numero Verde SOS Disturbi Alimentari (800180969), promosso dall’Istituto Superiore di Sanità, dal Ministero della Gioventù e gestito dalla Ausl 2 dell’Umbria. Il servizio, oltre a offrire sostegno tramite counselling telefonico a pazienti, genitori e amici di pazienti, fornisce informazioni sulle strutture pubbliche o private accreditate con il SSN.

Gli operatori del Numero Verde sono in grado di indirizzare verso le strutture specializzate presenti su tutto il territorio italiano facendo riferimento alla mappatura nazionale di tali strutture, che è consultabile sul sito www.disturbialimentarionline.it.

Sia il Numero Verde che la Mappa nazionale delle strutture rappresentano iniziative volte ad aiutare gli utenti ad arrivare alle cure in modo più veloce e soprattutto ad evitare di incappare in servizi non specializzati, costosi e a volte anche dannosi per i pazienti.

 

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