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Covid 19 e sindrome da stanchezza cronica

Sono migliaia gli italiani positivi al Covid-19 che, nonostante il virus, si sentono bene e in forze. Ma ci sono anche persone che, pur avendo superato l’infezione, non riescono a tornare in forze. Oltre ai possibili danni provocati dal Covid-19 all’organismo (al fegato, muscoli e reni), in molti soggetti si manifesta una particolare condizione: la sindrome da affaticamento a lungo termine da coronavirus.

Che cosa dice la scienza?

Secondo Anthony Fauci, il virologo americano a capo della task force anti-covid americana, “potrebbe esserci una sindrome post-virale associata a Covid-19”.

La sintomatologia è simile all’encefalomielite mialgica, conosciuta come Sindrome da affaticamento cronico (Chronic Fatigue Syndrome, Cfs).

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Infatti, sono molte le persone che, colpite da un’infezione, evidenziano una specie di sindrome post-virale che richiede del tempo per il pieno recupero. In realtà sono guarite, ma non riescono a tornare a una vita normale. Riferiscono di provare una specie di “nebbia cerebrale”, difficoltà di concentrazione e affaticamento. Tutti sintomi che ricordano da vicino la Sindrome da stanchezza cronica.

Non ci sono ancora studi che indagano su questa patologia correlata al Covid-19. Tuttavia i soggetti che accusano i sintomi da Sindrome da stanchezza cronica sono in costante aumento.

Se vuoi approfondire leggi il nostro articolo Coronavirus: cos’è, quali sono i sintomi del Covid-19, come si trasmette, le misure di prevenzione.

Cos’è la sindrome da stanchezza cronica?

È una condizione caratterizzata da forte astenia, piuttosto invalidante, non associata direttamente a una causa fisica o psicologica specifica. Nemmeno i test di laboratorio evidenziano anomalie oggettive. Si tratta, quindi, di una stanchezza inspiegabile che può durare 6 mesi consecutivi o anche di più.

Nonostante gli studi, le cause di questa sindrome restano ancora sconosciute.

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Per alcuni ricercatori le origini possono essere diverse: dalla predisposizione genetica, alle infezioni da virus o batteri, dall’esposizione a tossine, ad altri fattori organici o psicologici.

Ad esempio, l’infezione da virus di Epstein-Barr, quella da citomegalovirus o la malattia di Lyme, potrebbero causare la sindrome da stanchezza cronica. Tuttavia, non c’è un collegamento diretto e scientificamente dimostrabile tra queste patologie. In realtà non ci sono evidenze certe che le patologie infettive siano legate alla sindrome.

Quali sono i sintomi?

Secondo la statunitense National Academy of Medicine, per porre la diagnosi, devono essere presenti 3 sintomi:

  • riduzione o impossibilità a mantenere, per almeno 6 mesi, la stessa qualità della vita prima della malattia. La stanchezza, spesso profonda, con esordio recente o definito nel tempo (cioè non presente da sempre), non è il risultato di sforzi eccessivi e non migliora con il riposo
  • i sintomi peggiorano con l’attività fisica
  • il sonno non è ristoratore.

Inoltre deve essere presente anche uno dei seguenti sintomi:

  • difficoltà di pensiero
  • sensazione di stordimento o capogiri quando il soggetto è in piedi, che migliora distendendosi.

Una sindrome “giovane”

Questa sindrome è da poco riconosciuta dal ministero della Sanità, nonostante sia molto invalidante. È anche difficile da diagnosticare, vista la genericità dei sintomi (cefalea, profonda stanchezza, dolori a ghiandole e articolazioni, sonno non ristoratore). Si può anche facilmente scambiare per forme depressive o di disagio psicologico più o meno marcate.

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Ultimamente però i ricercatori tendono ad associare questa sindrome a una risposta alterata del sistema immunitario a virus, batteri e funghi. Anche perché la malattia spesso insorge dopo un’infezione, come la mononucleosi prodotta dal virus Epstein Barr.

Ozonoterapia

In Italia il professor Umberto Tirelli, direttore dell’Istituto nazionale tumori di Aviano (Pordenone), che da anni studia la sindrome da stanchezza cronica, ha ultimamente pubblicato uno studio sull’ossigeno-ozonoterapia come possibile trattamento.

L’ozono è un gas instabile che, miscelato all’ossigeno, ha una potenziale attività benefica come trattamento per sintomatologie diverse. Ha poi un’azione antalgica, antinfettiva, immunostimolante e aumenta la resistenza allo sforzo, favorendo l’impiego dell’ossigeno corporeo.

La terapia farmacologica, invece, si basa prevalentemente su antivirali, corticosteroidei, immunomodulatori e integratori. Anche i cambiamenti dello stile di vita sono fattori importanti.

Secondo altri ricercatori, invece, l’unica terapia efficace per la sindrome da stanchezza cronica, è il tempo. Nonostante la durata, soprattutto se associata a una patologia di origine virale, può arrivare perfino a un anno o più.

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Fonti

Il Manifesto.it

MSD

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Ivana Barberini

Ivana Barberini

Ivana Barberini è redattrice, documentarista, autrice e supervisore redazionale. Si occupa in particolare di editoria scientifica. Scrive per alcuni magazine on line e cura l’editing di libri e siti internet.

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