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Si scatena la guerra dei burger vegetali: tutta colpa del nome

I burger vegetali della Nestlè non potranno chiamarsi in Europa “Incredibile Burger”. A decretarlo è un tribunale olandese, dopo la causa intentata dall’azienda californiana Impossible Foods, famosa per i suoi “Impossible Burger”.

L’azienda Impossible Foods, è una start up del 2011. Produce carne vegetale identica per gusto, aspetto e consistenza a quella animale, ma con un minor impatto ambientale. Conosciuta in tutto il mondo per i suoi “Impossible Burger”, ha quindi accusato la Nestlè di confondere i consumatori con i suoi “Incredible Burger”. Infatti, questi burger vegetali somigliano in tutto e per tutto a quelli dell’azienda californiana.

Il tribunale ha dato ragione a Impossible Foods e obbligato la Nestlè a eliminare dal mercato europeo il marchio entro quattro settimane. In caso contrario, la multa sarà piuttosto salata: 25.000 euro al giorno per tutta la durata dell’ingiunzione.

Dietro le quinte

I burger vegetali Impossible Foods non hanno ancora raggiunto il mercato europeo. L’azienda infatti attende l’approvazione da parte dell’autorità di sicurezza alimentare di Bruxelles per l’ingresso dei suoi prodotti in UE.

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Il motivo è una molecola, la leghemoglobina di soia, nota anche come “eme”. Questa infatti è in grado di far “sanguinare” i burger fornendo aspetto, consistenza e sapore pressoché identici a quelli degli hamburger di carne.

La molecola però è geneticamente modificata. La leghemoglobina potrebbe essere ricavata direttamente dalle radici di soia senza alcuna modifica. Tuttavia l’azienda per diminuire l’impatto ambientale la produce in laboratorio.

Impossible Foods attende quindi dal 2018 il via libera da parte dell’UE per commercializzare i propri prodotti. Ma nel 2019 arriva la Nestlè, che lancia sul mercato europeo i suoi “Incredible Burger”, rubando una consistente fetta di mercato ancora piuttosto libera in Europa.

Non stupisce dunque la decisione del Tribunale olandese che, sulla base dei fatti, ha considerato il lancio dei prodotti Nestlè come una manovra per ostacolare l’arrivo in Europa dei burger vegetali di Impossible Foods, tenendo conto anche dei nomi, così simili.

Il boom della carne vegetale

La vicenda indica una cosa interessante. Se un gigante come la Nestlè vuole a tutti i costi occupare il mercato della carne vegetale, ciò può dare un’idea di quanto sia considerevole l’aspetto economico.

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Indubbiamente la pandemia da Covid 19 ha accelerato l’interesse verso i prodotti a base vegetale, ma si tratta comunque di un mercato in netta espansione. La stessa Impossible Foods entro il 2035 si è posta come obiettivo di sostituire tutti gli alimenti di origine animale con analoghi vegetali. Ma sono molte le aziende che hanno intrapreso la stessa strada.

Secondo gli esperti, infatti, il mercato della “carne vegetale” crescerà di 3,17 miliardi di dollari entro il 2024. Sempre più consumatori stanno riducendo il consumo di carne favorendo le alternative vegetali. Per questioni prevalentemente etiche, ambientali e salutistiche. Infatti il 90% di chi consuma prodotti a base vegetale non è vegano e tanto meno vegetariano. C’è molta curiosità per questi nuovi prodotti e cresce la voglia di un approccio più etico e sostenibile nell’alimentazione.

Se vuoi saperne di più sui burger vegetali, ti consigliamo di leggere il nostro approfondimento: Burger vegetali

Ok, ma non chiamatele polpette

Una delle critiche rivolte frequentemente ai vegani/vegetariani è che vogliono imitare i cibi animali chiamandoli allo stesso modo. Dalla pancetta vegetale alla bistecca di soia. Dall’altra sponda, invece, si accusano i ‘carnivori’ di essere del tutto insensibili alle sofferenze degli animali, soprattutto quelli cresciuti negli allevamenti intensivi.

È una specie di “guerra civile” del cibo. Le industrie del latte, per esempio, hanno combattuto strenuamente affinché la parola ‘latte’ non si potesse usare per le bevande vegetali.

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Anche il “caso Gary” da un’idea della questione. Perché chiamare ‘formaggio’ un formaggio a base vegetale è un vero sacrilegio. Una consumatrice americana ha suggerito, infatti, con un appello accorato sul web, di usare un altro nome: “chiamatelo Gary, piuttosto, ma non formaggio, vi prego”.

Fonti:

https://www.osservatorioveganok.com

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Ivana Barberini

Ivana Barberini

Ivana Barberini è redattrice, documentarista, autrice e supervisore redazionale. Si occupa in particolare di editoria scientifica. Scrive per alcuni magazine on line e cura l’editing di libri e siti internet.

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