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Neofobia, come risolverla

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L’ora del pranzo e della cena per genitori e bambini può trasformarsi spesso in dure ed estenuanti guerriglie che terminano con strilla, musi lunghi, punizioni e grande preoccupazione degli adulti. Succede soprattutto quando i tuoi figli si rifiutano categoricamente di assaggiare il gusto di un buon passato di verdure, di un piatto di lenticchie, di un bel filetto di merluzzo, mentre richiedono con forza il solito piatto di pasta in bianco con il parmigiano. Abbiamo cercato di indagare insieme a Giuseppe Morino, Pediatra Dietologo e Responsabile della Struttura semplice di dietologia clinica presso l’Ospedale Pediatrico Bambino Gesù, le cause e le soluzioni ad un disturbo sempre più diffuso.

La neofobia, cioè il rifiuto di assaggiare nuovi cibi, è piuttosto diffusa nei bambini. Dipende da fattori fisici o psicologici? A che età si manifesta?
La neofobia in quanto tale è una patologia psichiatrica dell’età adulta, ma ci sono sempre più bambini che dai 3-4 anni iniziano a rifiutare alimenti e simulano atteggiamenti neofobici; inoltre vari tipi di ricerche evidenziano che se le madri hanno atteggiamenti neofobici, questi vengono ripetuti dai bambini

Uno svezzamento non corretto può influire sulla disponibilità del bambino ad assaggiare alimenti diversi? Come fare per scongiurare il rischio?
Certamente il divezzamento rappresenta un momento fondamentale nell’alimentazione del primo anno dei bambini. Se è anticipato a 3-4 mesi o posticipato dopo l’ottavo i problemi aumentano, inoltre è fondamentale la modalità con cui la prima pappa è proposta (proposta, non imposta o sostituita subito con del latte se non mangia). Il divezzamento rappresenta una tappa evolutiva fondamentale anche dal punto di vista psicologico, visto che il bambino inizia a riconoscere e rapportarsi con qualcosa di esterno a lui che entra nel suo organismo: per questo dovremmo assecondare il suo desiderio di toccare il cibo. Inoltre, è fondamentale proporre sempre un alimento nuovo per volta per saggiarne la tollerabilità e permettere che il bambino si abitui a sapori nuovi.

Quali sono i cibi che generalmente vengono rifiutati con maggiore forza? Perché?
Le difficoltà sono diverse, nel secondo anno di vita spesso è il rifiuto di cibi a pezzetti, ed è il motivo per cui il passaggio dal frullato ai pezzettini  deve essere un processo graduale con tempi diversi da bambino a bambino. Dopo il terzo anno il rifiuto si accompagna agli altri “no” che in quel periodo il bimbo evidenzia: anche chi è abituato a frutta e verdura spesso inizia a rifiutare questi alimenti soprattutto se vede che sulla tavola dei genitori non sono presenti. E’ lo stesso periodo in cui si evidenzia anche il rifiuto a cibi più elaborati ed in cui il bambino preferisce la pasta in bianco o al pesto rispetto ad altre preparazioni.

Fra consistenza e gusto, cosa rende un cibo più sgradevole al bambino?
Dipende dall’età, ma ricordiamo che il gusto è il risultato di una componente genetica e una ambientale – vale a dire l’esperienza con l’alimento – mentre la consistenza è un fattore solo di esperienza a meno che non ci siano problemi di tipo organico, come può essere la disfagia.

Se nostro figlio rifiuta un cibo, dobbiamo forzarlo o assecondarlo?
Si deve lavorare con una proposta multisensoriale giocando, secondo l’età, sul colore della presentazione (importanza di come è preparata la tavola), sulla conoscenza (fare scegliere un certo tipo di alimento al bambino e farlo preparare da lui con l’aiuto dei genitori), sull’esperienza tattile (in alcuni casi può essere utile lasciare che il bambino mangi con le mani). Inoltre è importante ripetere la proposta, ma in maniera sempre diversa e senza imporre.

Quali sono le conseguenze sulla salute di una esclusione categorica di determinati cibi come frutta e verdura?
Il rifiuto di alimenti porta a rispondere alla fame con l’assunzione di altri alimenti spesso associata ad un aumento di peso – spesso il bambino selettivo è un bambino obeso – o in altri casi ad un ritardo di crescita che aumenta l’ansia dei genitori portandoli a proporre solo quegli alimenti che non vengono rifiutati, come il biberon di latte; sul piano nutrizionale nel tempo con esclusione di frutta e verdura possono insorgere deficit di fibre e sali minerali.

E’ bene provare a riproporre gli alimenti rifiutati? Come? Con quali tempi e modalità?
La proposta ci deve essere ma in modo sempre diversificato basandosi sulla multisensorialità.

Quali sono i comportamenti che un genitore deve assolutamente evitare per non compromettere le abitudini alimentari del proprio figlio?
Soprattutto non bisogna forzare il bambino o addirittura nel momento del divezzamento dare cibi aprendo la bocca a forza. In seguito è necessario non innescare il meccanismo premio/punizione: mai dire “mangia questo così ti do un premio e se non lo mangi ti punisco”.


Luisa Carretti

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