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Italia-Svezia: i due volti della maternità

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paragone tra Italia e Svezia sulla maternità

In Svezia i diritti di una mamma sono rispettati, in Italia non sempre. Le nostre storie.

Disoccupazione, maternità, dimissioni in bianco. La vita quotidiana e lavorativa di una mamma, o aspirante tale, in Italia sembra essere piena di ostacoli e di prove di pazienza. È proprio di questi giorni la notizia che la disoccupazione femminile, come quella giovanile, ha raggiunto numeri preoccupanti: una donna su due al sud è senza lavoro e anche chi lavora non sembra passarsela proprio bene.

Melarossa ha provato a mettere a confronto due esperienze di maternità: quella di Silvia Mainardi, medico italiano emigrato in Svezia qualche anno fa e autrice con il marito, anche lui italiano, di un blog One way to Sweden, e quella di una neomamma italiana, account  presso un’agenzia di comunicazione milanese, che ha preferito non rivelare la sua identità e che chiameremo Claudia.
A te il piacere di leggere le due interviste e tirare le somme. Perché salute e benessere dipendono anche dalla qualità della vita di ognuno di noi.

Silvia: una famiglia in Svezia, la scelta migliore della mia vita

Qual è il tuo lavoro? Sei impiegata full time?
Sono medico, specialista in medicina interna e attualmente mi sto specializzando per la seconda volta in medicina generale. Prima di avere Galileo ero impiegata full-time (40 ore settimanali qui in Svezia) con un contratto pubblico a tempo indeterminato. Ora sto ancora usufruendo di parte del congedo di maternità: da quando Galileo ha compiuto 8 mesi sono tornata al lavoro, ma part-time (50%), e continuerò così fino all’inizio di maggio, quando mio figlio Galileo avrà 14 mesi.

Cosa hai provato quando hai saputo di aspettare un bambino?
Grande gioia. Nessuna preoccupazione per la mia vita lavorativa o la carriera. Non ero nemmeno preoccupata del fatto che la mia famiglia e quella di mio marito vivono a 2000 km di distanza. Qui in Svezia il sistema fa in modo che le famiglie con bambini non debbano essere dipendenti da aiuti “esterni” come nonni o babysitter.

Al lavoro come hanno accolto la notizia?
Molto bene. Nello stesso momento in cui ho dato la notizia, altre 3 colleghe hanno annunciato di aspettare un bambino e un collega maschio ha annunciato l’intenzione di restare a casa in paternità per circa 8 mesi. Nessuno ha fatto commenti negativi, la cosa è vista come assolutamente normale.

A che mese sei entrata in maternità?
Qui in Svezia è la lavoratrice a decidere quando stare a casa e, se lo si desidera, è possibile lavorare anche fino al giorno del parto. Io ho lavorato fino ad un mese prima della data prevista per il parto e, anziché usufruire subito del sussidio di maternità, ho preferito prendere parte delle ferie arretrate a cui avevo diritto.

Che difficoltà hai incontrato nei primi mesi di vita di tuo figlio? Ti sei sentita tutelata e protetta o piuttosto abbandonata a te stessa?
Nel primo mese dopo il parto ho avuto parecchi problemi di salute ed anche Galileo, che aveva maturato una intolleranza alle proteine del latte vaccino. Non è stato un bel periodo, ma mi sono sentita molto seguita: qui ci sono strutture come l’ambulatorio allattamento o l’ambulatorio pediatrico che danno un ottimo supporto alle neo-mamme, soprattutto in caso di difficoltà. Nei primi 15 giorni di vita del bambino, poi, anche il papà ha diritto di stare a casa (pagato) per aiutare la mamma.

Allattamento, svezzamento, primi passi. Hai potuto seguire con serenità le prime fasi della vita di tuo figlio?
Problemi di salute a parte (che si sono comunque risolti nel giro di un paio di mesi), direi che tutto è filato veramente liscio. Galileo è stato allattato con latte artificiale dal 2° mese di vita e, visto il problema dell’intolleranza, abbiamo avuto diritto all’acquisto “mutuato” di un latte particolare che altrimenti costerebbe un occhio della testa (stessa marca e stesso prezzo anche in Italia, dove però non è mutuabile in nessun caso). Per lo svezzamento qui si segue una scuola diversa da quella italiana, ed è andato tutto benissimo (abbiamo anche la fortuna di avere un bimbo curioso e di ottimo appetito!).

Credi che la durata della maternità rispecchi le reali necessità del bambino e della madre o al contrario impone di delegare?
La legge qui in Svezia prevede un congedo parentale di 480 giorni di calendario, che mamma e papà possono dividere come vogliono. Entrambi hanno diritto a 60 giorni, che si perdono se non se ne usufruisce, e  la legge garantisce ai genitori di poter lavorare part-time (orizzontale o verticale, da concordare con il datore di lavoro) durante parte del congedo.
Un ritorno graduale al lavoro dopo una maternità non è poi così male! Gli asili nido accolgono i bambini solo a partire dall’anno compiuto, e in generale qui i bambini svedesi iniziano ad 1 anno e ½. Fino ad allora sono più che sufficienti, sia per la madre che per il padre, i giorni di congedo a disposizione ed è raro qui ricorrere all’aiuto di nonni o persone estranee alla famiglia come babysitter.

È stato difficile ricominciare a lavorare? Com’è cambiata la tua quotidianità?
Quando ho iniziato a lavorare, ho cambiato lavoro. Da un ambiente ospedaliero con orari molto irregolari e frequenti turni notturni, mi sono spostata in un distretto medico di base  con ritmi lavorativi molto più regolari. La scelta è stata fatta proprio per poter conciliare meglio lavoro e famiglia, visto che anche mio marito lavora su turni, e il rientro part-time  è stato “morbido” e per nulla traumatico. Il nuovo lavoro poi è molto stimolante, un’iniezione di energia!

Il tuo compagno o marito ti aiuta?
Certo! Da quando Galileo ha compiuto 8 mesi, anche mio marito si prende la sua fetta di congedo parentale: lavora al 50% nei giorni in cui io sono a casa. Da inizio maggio (quando io tornerò a tempo pieno) fino a fine agosto (quando Galileo inizierà l’asilo nido, ad 1 anno e ½), sarà lui ad essere a casa a tempo pieno.  Non si è visti “meno uomini” per questo, qui!

E sul lavoro? Sei riuscita ad integrarti nuovamente?
Sì, senza dubbio. E devo dire che il nuovo lavoro si è rivelato una scelta vincente: non solo più “comodo” in termini di orari, ma anche più interessante e stimolante.

Godi di particolari facilitazioni (flessibilità, part-time…)?
Oltre al part-time di cui ho parlato, la legge permette di poter stare a casa se il genitore che accudisce il bambino è malato. La settimana scorsa mio marito ha avuto una brutta influenza e quindi non sono andata al lavoro per accudire  i miei due uomini!

Ti senti mai in colpa?
No. Credo che il sistema sociale svedese sia costruito attorno alle famiglie con figli e dia loro molto supporto. D’altra parte siamo venuti in Svezia perché in Italia non ci saremmo mai potuti permettere di fare una famiglia senza aspettare parecchi anni (per questioni di lavoro precario, lavoro su turni che non potevano essere conciliati con la presenza di bambini piccoli, distanza dalle famiglie di origine, mancanza di vero supporto da parte dello stato in caso di maternità/paternità). Venire in Svezia e fare una famiglia qui è la cosa migliore che potessimo fare.

Claudia: mi hanno elencato tutti i contro di avere un figlio in una città come Milano

Qual è il tuo lavoro? Sei impiegata full time?
Sono un’account presso un’agenzia di comunicazione. Ho un contratto a progetto che mi impegna full time, nonostante per questo tipo di contratto non sarebbero previsti obblighi di orario.

Cosa hai provato quando hai saputo di aspettare un bambino?
Gioia.

Al lavoro come hanno accolto la notizia?
Dapprima mi hanno elencato tutti i contro di avere un figlio in una città come Milano e lontana dalla famiglia di origine, avanzando inoltre dubbi sul mio rientro in ufficio dopo la maternità. Poi mi hanno assicurato che avrei ritrovato il mio posto, ma senza agevolazioni. Così è stato.

A che mese sei entrata in maternità?
Sono entrata in maternità all’ottavo mese.

Che difficoltà hai incontrato nei primi mesi di vita di tuo figlio? Ti sei sentita tutelata e protetta o piuttosto abbandonata a te stessa?
Ho partorito in un buon ospedale di Milano dove sono molto attenti al bambino e mi hanno dato utili consigli in fase iniziale. Per il resto ho constatato che in Italia non ci sono strutture o enti in grado di aiutare una neomamma alla prima esperienza. Lo stesso Inps ha tardato nel pagamento della maternità e, ad esclusione dei primi due mesi, non ha più effettuato i bonifici mensili.
Solo andando a sollecitare sono riuscita ad ottenere il pagamento in un’unica tranche finale dopo il mio rientro al lavoro. Se quei soldi fossero stati la mia unica fonte di sostentamento (Claudia ha un marito ndr.), durante la maternità non avrei saputo come fare.

Allattamento, svezzamento, primi passi. Hai potuto seguire con serenità le prime fasi della vita di tuo figlio?
No, sono rientrata al lavoro quando mio figlio aveva 4 mesi e mezzo. Avendo un contratto a progetto non ho diritto all’allattamento. Per il primo mese di lavoro mi è stato concesso di uscire alle 14,00 in cambio di una riduzione dello stipendio. E, ripeto, un contratto a progetto non dovrebbe prevedere obblighi di orario…

Credi che la durata della maternità rispecchi le reali necessità del bambino e della madre o al contrario impone di delegare?
Credo che la maternità obbligatoria dovrebbe durare per tutte le madri lavoratrici di serie a e b almeno fino al compimento del 6° mese di vita del bambino.

È stato difficile ricominciare a lavorare? Com’è cambiata la tua quotidianità?
È difficile l’organizzazione della vita familiare. Soprattutto però ti manca tuo figlio e fa star male l’idea che ora, a soli 5 mesi, passa la sua giornata con una sconosciuta.

Il tuo compagno o marito ti aiuta?
Sì, mi aiuta! Ma anche lui lavora full time con orari pesanti: rientra a casa sempre dopo le 20,00 e la mattina esce alle 8,30.

E sul lavoro? Sei riuscita ad integrarti nuovamente?
Sì, sono riuscita ad integrarmi anche se mi sento un po’ sotto osservazione da parte dei miei responsabili, e ovviamente non sono mancate le battute del tipo “ora che sei mamma sei meno attenta”…

Godi di particolari facilitazioni (flessibilità, part-time…)?
No. Ho chiesto di poter gestire il mio orario con  la maggiore flessibilità propria di un contratto a progetto. Mi hanno concesso di gestire un’ora al giorno, se necessario.

Ti senti mai in colpa?
No.

Luisa Carretti

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