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E se mia figlia non avesse più amici?

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Quante volte tua figlia è tornata a casa raccontando di come a scuola sia stata esclusa o allontanata dal gruppetto di amiche! Tu la osservi e in preda all’ansia immagini un futuro di solitudine e tristezza. E sempre più preoccupata la riempi di attenzioni cercando di capire come mai sia successo proprio a lei. Ma è veramente la strada giusta? Abbiamo chiesto a Caterina Satta, ricercatrice in sociologia dell’infanzia presso il Dipartimento di Sociologia dell’Università di Padova e autrice del libro Bambini e adulti: la nuova sociologia dell’Infanzia (Carocci, in corso di pubblicazione), di aiutarti ad interpretare un universo, quello della relazioni fra bambini, spesso oscuro a noi adulti.

Dott.ssa Satta, esistono differenze nel modo in cui bambini e bambine costruiscono le amicizie? Sono differenze culturali, sociali o di genere?
Premetto che le differenze di genere fra bambini e bambine sono prodotte socialmente e culturalmente, quindi non sono innate. Bambini e bambine basano le amicizie sulla condivisione di interessi, giochi e attività che sino ai 6-8 anni sono abbastanza simili per entrambi. Il giocattolo o il gioco assumono significato rispetto alla relazione che nostro figlio o nostra figlia ha con gli altri bambini e l’uso che ne fa con questi. Nella costruzione delle relazioni poi non si può sottovalutare l’influenza dei genitori e della scuola, che per motivi diversi sono portati a favorire o a sfavorire certi legami.

A che età si sviluppano i primi sentimenti di simpatia o antipatia?
Non parlerei di sviluppo di un sentimento né lo stabilirei anagraficamente. La simpatia e l’antipatia a quest’età si manifestano come forme situazionali di inclusione o di esclusione. I bambini tracciano confini ma sulla sabbia, dunque valicabili o riscrivibili. Tutti e tutte si trovano coinvolti in un continuo gioco di inclusione o esclusione in cui talvolta ricoprono il ruolo di chi esclude e talvolta di chi è escluso.

“Non sei più mia amica” un’affermazione ricorrente che spezza legami apparentemente indissolubili. Quali sono le cause?

I bambini usano frasi come “Non sei più mio amico” o “non ti do più questa cosa che ti piace tanto” per manifestare ad un’altra persona il dispiacere ma anche l’interesse a continuare a mantenere un rapporto. Più che rompere possono interrompere un legame perché non si sono sentiti accettati o perché, molto spesso, si sono sentiti traditi dall’altro amico. Noi adulti dobbiamo imparare che i legami tra bambini si basano su aspetti molto pratici (aver fatto una stessa cosa o aver partecipato ad una gita) e le cause di un’esclusione e quindi della conclusione di un’amicizia  non sono mai generali. E il gruppo in cui questa amicizia è inserita non è una minaccia, ma una risorsa a cui è possibile attingere per continuare il gioco di inclusione/ esclusione.

Esiste aggressività nell’amicizia fra bimbe? Come si manifesta?

Certo che esiste e non dobbiamo stupirci di questo. Anche le bambine, come noi donne, provano sentimenti di questo tipo L’aggressività non è un problema di genere, ma è la manifestazione di un’inadeguata gestione delle proprie emozioni. Bisogna comprenderne le ragioni e poi coglierne l’aspetto vitale incanalandolo verso forme espressive più creative.

Un’amica che ti rifiuta può essere uno shock?  Quali sono le conseguenze su autostima e percezione di sé e del proprio ruolo sociale?

Non parlerei di shock. Le parole che usiamo influenzano il modo in cui noi guardiamo una determinata situazione e quindi il come interverremo. E’ necessario prima di tutto capire cosa vuol dire per quella bambina essere rifiutata, contestualizzare gesto e parole. Poi dobbiamo ragionare in termini relazionali “cosa vi siete detti, cosa avete fatto” e questo per trasmettere il concetto che le amicizie sono relazioni e che il significato è costruito e ricostruito continuamente da entrambe le parti. I bambini soffrono se il rapporto con l’amico o l’amica viene assolutizzato, magari da un atteggiamento preoccupato dei genitori, e pensato come unico possibile.

Come affrontare una delusione amicale? Cosa deve fare o dire un genitore?

Un genitore deve saper stare in ascolto e sottolineo il verbo stare e la sua differenza dal verbo fare. Il che vuol dire che il vero ascolto si sostanzia nel non fare troppo. L’eccesso di attenzioni rischia di privare il bambino di quel suo spazio di sperimentazione del mondo e degli altri che lo aiuta a crescere più forte perché più consapevole di sè. Nel caso di una delusione amicale la fiducia si esprime nel far raccontare al bambino o alla bambina quello che gli è accaduto, quello che prova, ma lasciare che sia lei o lui a mettere insieme i pezzi di questa vicenda che lo rattrista. Rispondere alle sue domande, se ce ne pone, altrimenti cercare di capire mettendoci a fianco del bambino o meglio qualche passo indietro in modo che sia lui o lei a trovare la soluzione più adatta.

Luisa Carretti

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