Home Lifestyle Genitori e Figli Ansia di crescere: come gestirla?

Ansia di crescere: come gestirla?

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come gestire una figlia che vuole crescere in fretta

Con l'inizio della scuola la vita sociale di tua figlia adolescente si intensifica. E molto spesso si assiste ad una metamorfosi: desidera vestirsi e truccarsi come un'adulta.

Spiazzata, ti chiedi se assecondare questo desiderio o intervenire in modo risoluto, imponendo modelli di comportamento che scaturiscono dal confronto con l'adolescenza che hai vissuto.

Ne parliamo con Caterina Satta, ricercatrice in sociologia dell’infanzia e autrice di “Bambini e adulti: la nuova sociologia dell’infanzia”, Carocci, 2012.

Cosa c'è alla base di questa metamorfosi delle nostre figlie?
Sin da bambine provano a truccarsi e a vestirsi come la mamma. Questa emulazione è sempre esistita, ma quando sono piccole non la stigmatizziamo e la rileggiamo sotto forma di gioco o di iniziale interiorizzazione di modelli femminili. È lo sguardo adulto che muta non appena raggiungono una certa età.
Le ragazzine vivono poi in una società fortemente mediatizzata che bombarda di messaggi pubblicitari in cui viene data molta attenzione all'abbigliamento, alla moda e all'aspetto fisico. Non possiamo pensare che non ne siano influenzate e condizionate.

Si può dunque registrare una differenza di intenti rispetto al passato?

I genitori, da adolescenti, avevano modelli femminili molto più equilibrati, perché la femminilità negli anni '70 e '80 era meno esasperata. Oggi anche le cinquantenni devono esibire la loro sessualità e una femminilità erotizzata, dunque il problema non è delle giovanissime, ma del contesto sociale in cui viviamo. Guardiamo, ad esempio, le riviste di moda, la televisione, la pubblicità, è lì che dobbiamo cercare le ragioni di questi comportamenti delle ragazze più giovani.

Stanno allora bruciando le tappe? Si truccano per crescere più in fretta?

C'è una sorta di allarmismo intorno a questi atteggiamenti. Bisognerebbe invece capire dal loro punto di vista cosa veramente significa truccarsi o vestirsi “da grandi”. Qualche giorno fa ho intervistato una ragazzina di 11 anni: nell'intervista le chiedevo quale fosse uno degli ultimi regali ricevuti. Lei mi ha detto di aver ricevuto dalla zia una maglietta piuttosto scollata, che la mamma non le aveva voluto comprare. Ma era lo sguardo adulto ad aver notato la scollatura, a lei piaceva la maglietta solo per i suoi colori e i suoi disegni.

Questo per dire che molto spesso la malizia, la sessualità che legge uno sguardo adulto non appartiene alle ragazze di quella età. Potrebbe essere emulata, mimata, ma resta sempre nell'ambito del gioco/sperimentazione della crescita. In ogni caso, quello che mi viene da dire è: che male c'è? Di cosa abbiamo paura se vediamo che delle tredicenni iniziano a viversi una sessualità e a pensarsi più donne e non più bambine?

Forse perché pensiamo che possano saltare delle tappe della loro vita, nello specifico la giovinezza?

È sempre uno sguardo adulto che dice questo. Quale sarebbe questa tappa della giovinezza che saltano? È un concetto astratto che non sempre corrisponde neppure alle nostre reali esperienze di giovinezza.

Crede che giocare a truccarsi o mettersi lo smalto possa far si che si sentano “grandi” più in fretta?

Tante bambine mettono lo smalto per gioco, ma non per questo sono bambine frivole. L'importante è socializzarle alla varietà: nel loro mondo di giochi e di oggetti ci deve essere lo smalto, ma anche un libro, un cinema, uno spettacolo di burattini o un gioco all'aria aperta.
Mettere uno smalto di un colore piuttosto che di un altro vuol dire anche esprimere il proprio senso estetico, che non va mai penalizzato a favore del solo intelletto.

Come si deve comportare allora un genitore?

Un genitore, più che impedire alla figlia di vestirsi con una gonna un po' più corta, con una scollatura o con un trucco più forte, deve basarsi sul dialogo. Deve cercare di capire insieme a lei quanto è consapevole di queste scelte perché attraverso il trucco e l'abbigliamento la ragazza può esprimere un desiderio di omologazione, ma anche il bisogno di distinguersi, di affermare la propria individualità e autonomia.
Se dal confronto emerge che prevale l'emulazione e manca una reale consapevolezza, allora più della privazione, che potrebbe solo causare un'esclusione dal gruppo dei coetanei, bisogna aumentare gli stimoli affinché sviluppi più spirito critico.

Ma come fare a evitare che le loro scelte superino il limite della volgarità?

Dipende molto dal contesto familiare e dalle amicizie. Lì un genitore deve trovare il giusto equilibrio tra vietare e assecondare, magari facendo ragionare sui messaggi che un certo tipo di abbigliamento veicola, indipendentemente da quelli che i ragazzi credono di trasmettere. Si tratta di spingerli ad affinare una lettura del contesto sociale in cui si muovono in modo che possano poi fare le loro valutazioni più consapevolmente.

E la scuola che ruolo deve avere?
Non deve né punire né vietare, perché l'adolescenza è una fase di contestazione che va vissuta per crescere e che si esprime anche attraverso l'abbigliamento. La scuola invece tende sempre di più a disciplinare e a penalizzare chi esce fuori dal tracciato, quando, al contrario, insieme ai genitori e ai ragazzi dovrebbe costruire occasioni di confronto. L’abbigliamento può quindi essere al centro del dibattito scolastico solo nel caso in cui diventi il punto di partenza per attivare un dialogo fra generazioni.

Per quanto riguarda invece le etichette che le adolescenti più vistose si vedono attribuire dai coetanei? Come fare a gestirle e a scongiurare le possibili conseguenze?
Un adolescente maschio, che etichetta una coetanea in base all'abbigliamento, riproduce gli stessi stereotipi maschilisti che appartengono alla nostra società e che si ripresentano anche nell'età adulta. Ecco perché la scuola, insieme ai genitori, dovrebbe attivare dei percorsi di riflessione sugli stereotipi di genere, sia maschili sia femminili, per decostruirli e aumentare la conoscenza e il rispetto tra i generi.

Luisa Carretti

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