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Chili di troppo: sarà colpa di mamma?

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Si dice che le cause dei chili di troppo in una ragazza o donna, ma anche in un uomo, spesso siano da ricercare nel rapporto con la madre e nel rapporto che la madre stessa aveva o ha con il cibo. Quanto può essere vera questa affermazione?

In che termini e modi i comportamenti alimentari di noi adulti hanno delle conseguenze sulle abitudini alimentari, ma anche sulla salute dei nostri figli? Ne parliamo con Enrichetta Spalletta, psicologa e autrice del libro “Cibo per vivere…vivere per il cibo” pubblicato da Sovera Edizioni.

Quanto influiscono le relazioni parentali nel nostro rapporto con il cibo?
Le prime relazioni sono molto importanti per creare le basi del senso di sicurezza/insicurezza che ci accompagnerà nel corso della vita. Ma non è corretto parlare solo della madre, che certamente ha un ruolo evolutivo centrale, ma è inserita lei stessa in un contesto relazionale che genera sostegno e fiducia o solitudine e sconforto e influisce sulla relazione madre-figlio.

Il rapporto con il cibo ha molto a che fare con l’amore, con quello che si è ricevuto come con quello che si riesce a condividere e le pratiche di accudimento sono culturalmente trasmesse. Quindi le prime relazioni hanno una grande influenza sul benessere della persona, compresa la sua salute alimentare.

Nel suo libro “Cibo per vivere…vivere per il cibo” parla del ruolo cruciale dell’allattamento al seno. Quanto un allattamento sofferto o forzato può influire sul cattivo rapporto con il cibo e quindi sull’aumento di peso?
L’allattamento al seno previene molte difficoltà di salute, compresa l’obesità. Se una donna vive in modo troppo ansiogeno questa pratica, allora meglio usare il biberon, facendo comunque attenzione ad aver cura degli aspetti di contatto di pelle e di sguardi di cui il bambino ha davvero bisogno per costruire il suo sistema “psico-immunitario”.

È la qualità della relazione che si instaura nelle sequenze interattive dell’allattamento che influirà sui successivi comportamenti alimentari.

Ogni mamma si dice attenta all’alimentazione del proprio figlio. Ma qual è il confine fra cura ed ossessione?
Se siamo in contatto autentico con nostro figlio, impariamo a riconoscerne i segnali e a individuare correttamente di cosa ha bisogno. È  importante seguire regole semplici, come scegliere un’alimentazione sana, ma senza creare forzature.

Il confine tra cura e ossessione lo si varca quando non possiamo fare a meno di adottare un certo comportamento, quando solo il pensiero di fare una scelta diversa ci fa prefigurare un’insopportabile sofferenza.

Una mamma costantemente a dieta può influenzare negativamente un bambino? In che modo?
Assolutamente sì. I genitori sono dei modelli di comportamento. Vedere la propria madre “fronteggiare (falsamente)” i problemi della vita, controllando continuamente l’alimentazione o praticando anche comportamenti autodistruttivi, serve da insegnamento al figlio per “sapere come fare” quando anche lui si troverà in condizioni simili. Avere avuto o avere un familiare a dieta, anche per motivi di  salute, è un potente fattore di rischio di sviluppare un disturbo dei comportamenti alimentari.

Quanto peso hanno dei commenti sull’aspetto fisico (chili di troppo, difetti) di un bambino seppur pronunciati senza cattiveria?
Un peso molto forte. Osservazioni e commenti derisori sul corpo sono atti aggressivi, rispetto ai quali il soggetto, soprattutto se giovane, viene colpito e ferito su un piano molto intimo.
Spesso i commenti critici del genitore sono il frutto di una spinta protettiva verso il figlio, si ha paura che possa incorrere in derisioni o difficoltà relazionali in quanto diverso dagli standard culturali accettati.

Come fa una donna a superare l’influenza materna e normalizzare il suo rapporto con il cibo e dunque anche il suo peso?
ossessione da cibo come superarlaRestare ancorati alle difficoltà vissute nel rapporto materno impedisce di costruire un’identità, giustifica la paura di rischiare, crescere e diventare autonomi, ci fa sentire autorizzati a dare la colpa a qualcun altro che non siamo noi stessi.

Quando si rimane invischiati con le faccende antiche di origine familiare, si finisce con il ridurre la propria libertà di scegliere: è il momento di farsi sostenere per arrivare all’individuazione di sé, come essere separato e al tempo stesso capace di vicinanza e intimità.

Per farlo, dovremmo iniziare a chiederci perché ancora oggi riteniamo vere delle regole di vita ricevute tanto tempo fa e che probabilmente appartengono solo a nostra madre e non a noi. Se crediamo di non essere state nutrite con amore, dovremmo smettere di fare a noi stesse quello che ci è stato fatto in passato e con risultati dolorosi.
Dovremmo infine chiederci come cambierebbero i nostri sentimenti e la nostra vita, se non avessimo ancora come tema centrale il cibo e soprattutto cosa ci impedisce di fare qualcosa di diverso rispetto a quello che ci è stato insegnato.

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